mercoledì 18 gennaio 2012
Fabrizio Ottaviani
La testata di Zidane, l'ordalia e l'onore perduto dell'Italia
Prefazione
Nato come instant book, e pubblicato solo adesso "in epoca non sospetta" grazie al servizio di auto edizione Amazon, La testata di Zidane e l'onore perduto dell'Italia è un dialogo ispirato al Sogno di d'Alambert, uno scritto del 1769 in cui il philosophe Denis Diderot metteva in bocca al suo sodale, addormentatosi per colpa di una specie di influenza in casa della sua amante e dunque pressoché semisvenuto per la febbre, tesi materialistiche molto scomode. Diderot passerà in seguito alcuni mesi nella torre-prigione di Vincennes per aver sostenuto, fra l'altro, che se Dio avesse voluto fabbricare un uomo alla maniera di Descartes, avrebbe fatto bene a mettergli l'anima sulla punta delle dita, perché è da lì - dai sensi, non dall'anima - che provengono tutte le conoscenze. Prima di andare avanti con questa prefazione, però, vorrei avvertire il lettore che non fosse interessato né alla celebre testata di Zidane, né all'onore della Patria, che questo scritto introduttivo si conclude con l'esposizione di una diagnosi, con l'individuazione di una tabe prettamente italiana, e che dunque forse vale la pena continuare a leggere, perché alla fine lo sforzo sarà premiato.
Sarà il caso, per cominciare, di dire che l'idea di scrivere un dialogo sul chiacchieratissimo coup de boule nasce all'incrocio fra due spinte: la lugubre fascinazione per il gesto di Zidane, e il fastidio per la mancata reazione degli italiani di fronte a tale gesto. Fascinazione, certo: perché anche se la testata di Zidane, a differenza, mettiamo, del "naufragio" di Nobile, e più recentemente della morte in un tunnel di Lady Diana (eventi mediatici che assumono le dimensioni del mito: cioè di eventi infinitamente interpretabili e contemporaneamente univoci, quasi paradigmatici) la testata di Zidane possiede la capacità di concentrare in un punto una quantità di problemi - nazionali, sociali, psicologici - e dunque, inevitabilmente, affascina. La successiva operazione "mafiosa" dei francesi, che furono bravissimi a trasformare il colpevole in vittima, mostrando un'abilità nel mistificare superiore a quella rivelata, negli anni precedenti, dalle vicende di molti politici italiani; la rivelazione" della micragnosità dei francesi mi sembrò talmente spaventosa che mi sarei aspettato da parte italiana una reazione lucida e spietata. Invece, come noto, non vi fu niente del genere. Solo una minutaglia di piccole frasi ironiche, comparse sui giornali o proferite dai giornalisti televisivi, frasi a volte controproducenti. Sembrava che la vittoria avesse reso inutile il giudizio; ma perché ciò fosse ammissibile era necessario che la vittoria fosse essa stessa un giudizio. Inevitabile fu, allora, pensare all'ordalia, dove la sconfitta è ipso facto una condanna e il trionfo rende inutile e sospetto indagare le ragioni della vittoria. Gli italiani, era evidente, non avevano nessuna voglia di difendere Materazzi. Ma al di fuori del sistema germanico dell'ordalia, il fatto di aver vinto li esimeva dal proteggere la vittoria da ogni attacco mediatico? Lo scandalo di una mancata elaborazione della felicità (perché c'è un'elaborazione della felicità, così come ce n'è una del lutto) bastò a convincermi che fosse opportuno gettarsi nel terribile ginepraio del post-sbornia da titolo mondiale. Ma non volli farlo da solo: e poiché avevo la fortuna di annoverare, fra i miei amici più cari, persone che al gusto per la speculazione sociologica più sofisticata univano la passione per il calcio, non esitai ad invitarli, allettandoli con la prospettiva di una cena innaffiata da un rosso importante. Quanto alla padrona di casa, Silvia Di Vona, avrebbe partecipato alla cena e alla prima fase della discussione; poi, verso le dieci e mezza, sarebbe partita da Roma per un breve e opportuno viaggio di lavoro. I tre esperti di calcio erano Massimo Megale, Vincenzo Tersigni e Francesco Sganga: tutti juventini, sia questo detto per ulteriori speculazioni e dietrologie. Quattro nastri da novanta, di quelli usati per registrare le lezioni universitarie, non attendevano che di essere incisi.
La discussione fu lunga, complessa, profonda e ricca di colpi di scena. Ben presto ci accorgemmo che la testata di Zidane non riguardava che superficialmente una partita di pallone. In realtà, innervava la storia di due nazioni, la Francia e l'Europa, e gettava propaggini sui temi più vari, fra cui ovviamente il rapporto fra il Primo e il Secondo Mondo.
Quando, estenuati, ci demmo la buonanotte, saranno state le tre del mattino. Un paio di giorni dopo, mi trasferii nella villa di campagna dei miei (quella settimana in viaggio), dove Silvia mi raggiunse. Lì sbobinai i nastri e poi scrissi il dialogo. In fretta: bisognava battere il ferro finchè era caldo o, per essere meno metaforici, bisognava completare l'opera entro la fine di luglio, cioè prima che le redazioni delle case editrici chiudessero per le vacanze estive. Ci misi circa una settimana.
I tre francesi del dialogo, Jean, Marcel e Annette, vivono a Roma da molti anni e ormai sono mezzo romani, per cui si trovano nella posizione migliore per discutere del coup de boule. I tre non potevano che essere uno psichiatra, un filosofo e un giurista: mi sembrava che queste professioni inquadrassero un piano storico e sociologico meglio che se mi fossi servito direttamente di un sociologo. Ma voglio ricordare che Vincenzo Tersigni è laureato in sociologia (Sganga, invece, è un acuto critico letterario, mentre Massimo Megale è - e speriamo che la definizione gli piaccia - un umanista esperto di economia).
Visto che il lavoro svolto appariva buono, avrei potuto telefonare alle singole case editrici offrendo un testo che trattava di una questione della quale parlava tutta l'Europa; ma il tempo, come detto, era tiranno, sicché preferii inviare il dialoghetto ai più importanti agenti letterari, immaginando che mi avrebbero fatto guadagnare tempo. In effetti, mentre passeggiavo in bicicletta lungo la strada che va da Arpino a Fontana Liri, squillò il cellulare. Era Piergiorgio Nicolazzini, l'agente di Faletti e di altri importanti scrittori italiani. La testata di Zidane gli era piaciuta, avrebbe chiamato lui le case editrici per cercare con urgenza un esito pubblicatorio.
La ricerca, come potete immaginare, non ebbe successo. Un libro che si sarebbe venduto in migliaia di copie a scatola chiusa (nello stesso arco di tempo, in Francia, uscirono tre libri sul coup de boule, uno dei quali firmato nientemeno che da Philippe Toussaint, un autore bravissimo che meritava di vincere il Nobel al posto di Le Clézio) rimase inedito.
Intendiamoci, il dialogo non è perfetto. Rileggendolo a distanza di sei anni, sei anni durante i quali ho curato tanti romanzi come editor da aver sviluppato una sensibilità per la scrittura che prima certamente non avevo allo steso grado, riconosco che La testata di Zidane è, a tratti, farraginoso, e che le opinioni dei personaggi non sono facilmente individuabili, anche perché si vanno formando e deformando attraverso la discussione. Ma è un dialogo che funziona, e che nelle librerie sarebbe stato acquistato anche solo per il titolo che porta. Nicolazzini, vale a dire uno degli editor più stimati e importanti, al quale poi, su suggerimento di Vincent Raynaud e di Alberto Garlini, avrei affidato La gallina, cioè il mio primo romanzo, tentò senza successo di suggerirne la pubblicazione a più di una casa editrice, ottenendo immancabilmente una risposta negativa. E anche ammesso che in Italia gli agenti contino poco, e spesso nulla (negli USA non sarebbe mai potuto accadere che un'opera rappresentata da un agente importante non fosse pubblicata) bisogna riconoscere più semplicemente che era estate, e che le redazioni delle case editrici stavano chiudendo. Approfittare di una fase dell'anno abbandonata da tutti, cogliere l'occasione di un dialoghetto che si sarebbe potuto vendere in migliaia di copie perché ovunque si parlava solo della testata e nelle librerie non c'era niente che ne parlasse... Be', questo per i funzionari editoriali italiani era davvero chiedere troppo.
E' arrivato, finalmente, il momento di distillare la morale della storia. Ebbene, si ha, a volte, l'impressione che la buona letteratura sia difficile da promuovere per l'avidità degli editori, i quali preferiscono pubblicare opere dozzinali pur di fare cassa. E questo è vero, e in effetti accade in tutto il mondo. Ovunque si preferisce mettere in circolazione merce che permetta di far soldi, e in ciò non c'è proprio niente di male: ammesso, naturalmente, che tali guadagni non danneggino nessuno e che, nella peggiore delle ipotesi, lascino l'umanità nella condizione in cui l'hanno trovata, e non la rendano più stupida e più cattiva. Eppure, altrove, quando compare un'opera di valore che, in più, permette lauti arricchimenti, si festeggia. In Italia no. Per due ragioni: la mancanza di professionalità, e il timore che, se per una volta la moneta buona scaccia la cattiva, tale scandalo possa ripetersi. L'Italia, dunque, fa eccezione. Nel nostro Paese, il filisteismo è una pulsione più potente della rapacità. Imparate a memoria questa sentenza, assaporatela e coglietene la terribile portata.
Fabrizio Ottaviani
Nota. La testata di Zidane, l'ordalia e l'onore perduto dell'Italia è reperibile in formato elettronico al seguente indirizzo al prezzo di 3,30 euro:
http://www.amazon.it/testata-lordalia-perduto-dellItalia-ebook/dp/B006NZE5MU
Può essere letto su kindle, o anche sul computer, scaricando l'apposito il programma. Ecco l'incipit:
Fabrizio Ottaviani
La testata di Zidane, l'ordalia e l'onore perduto dell'Italia
Parte prima
Un caso di sonnambulismo indotto
***
- Grazie per essere venuto così in fretta, Jean. È successo di nuovo. Dall’ultima crisi sono passati vent’anni. Avevo dimenticato persino cosa si dovesse fare in questi casi!
- Calmati, non c’è ragione di preoccuparsi. Adesso gli somministro un calmante. Vedrai che tornerà normale.
- È facile, per te, mantenere l’autocontrollo. Sapessi quando gli ho sollevato la benda dagli occhi, e mi sono accorta che erano sbarrati! Per un istante ho temuto persino...
- Su, su... è solo una crisi di sonnambulismo. Dov’è l’insigne giurista?
- Nel suo studio, ancora seduto alla scrivania.
- Sempre immobile?
- Catalettico! Però ogni tanto parla. Alterna discorsi interi, anche molto lunghi e cervellotici, a brevi frasi smozzicate e prive di senso.
- Già. Come accade nel quaranta virgola sette per cento dei casi, almeno secondo l’ultima edizione del manuale di psichiatria.
- Quando si mette la benda sugli occhi, comincia a parlare. E quando la toglie tace di colpo. Eccolo lì. Sembra una statua di sale. Non fa paura?
- A me no. Ci sono abituato. E questa bottiglia?
- Lasciamo perdere. Abbiamo avuto una discussione che nel giro di un’ora si è trasformata in un alterco. Quando ha visto che non avevo intenzione di dargli ragione mi ha mandata al diavolo e si è rinchiuso nel suo studio. Prima però ha preso una bottiglia di porto. Guarda, ne ha bevuto più della metà. Lui che non beve mai.
- Non è vero che non beve mai. Non fingere, Annette. Tuo marito non beve quasi mai. O meglio beve solo quando tu lo esasperi.
- Non vorremo metterci a litigare anche noi, spero. Poggia pure la borsa sulla scrivania. Ecco l’ovatta che mi hai chiesto.
- Grazie. Così, una bella iniezione. Dovrebbe fare effetto in pochi minuti. Forse è stato l’alcol a scatenare la crisi.
- Ma no, non credo.
- E perché?
- Perché sono convinta che è stata colpa mia. Non dovevo irritarlo con le mie teorie.
- Ma davvero? Hai delle teorie?
- Non fare lo spiritoso, non è il momento. Voi medici avete il vizio di trattare i filosofi come se fossero dei bambini.
- Non faccio lo spiritoso, credimi. È un dovere professionale stabilire ciò che potrebbe aver scatenato in tuo marito una crisi di sonnambulismo dopo vent’anni durante i quali sembrava essere guarito. Forza, sputa il rospo. Di cosa stavate discutendo?
- Della testata di Zidane.
- Come hai detto?
- Hai capito bene.
- Deve essere un’epidemia. Ieri, dopo la lezione all’università, sono passato in sala professori a salutare i colleghi. Non ci crederai: non si parlava d’altro. Sono scappato subito con una scusa, ma poi...
- Ma poi anche tu hai cominciato a lambiccarti.
- Proprio così. Anzi, se proprio vuoi sapere la verità, ti dirò che ho alcune idee a riguardo che forse meritano di essere ascoltate. Ma adesso pensiamo a Marcel. Allora, che cosa gli hai detto per spingerlo a ingurgitare mezzo litro di porto?
2011 by Fabrizio Ottaviani
Tutti i diritti riservati
venerdì 13 gennaio 2012
Radio attività
Lunedì 16, alle ore 17,30, Felice Cimatti (che oltre ad essere uno dei conduttori di Fahrenheit è anche filosofo del linguaggio e zoosemiologo) ha intervistato l'autore della Gallina. Su Radiorai 3. Ecco il link all'intervista:
http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/popupaudio.html?t=fahrenheit&p=fahrenheit&d=&u=http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/un_libro/archivio_2012/audio/libro2012_01_16.ram
http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/popupaudio.html?t=fahrenheit&p=fahrenheit&d=&u=http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/un_libro/archivio_2012/audio/libro2012_01_16.ram
giovedì 5 gennaio 2012
Intimamente eleganti
Da un ipotetico, ancora da scrivere, anti-bierciano Angel's Dictionary. CONSUMISMO: s.m. La nobile arte, padroneggiata dalle persone intimamente eleganti, di usare le cose che già si posseggono fino a consumarle.
mercoledì 4 gennaio 2012
Chissà forse vincente
L'unità, martedì 3 gennaio 2012.
Far fuori la gallina... La missione impossibile di Ottaviani.
di Angelo Guglielmi
Con La gallina, Ottaviani ingaggia una sfida disperata. Chissà, forse vincente. Introduce di soppiatto in un ménage apparentemente tranquillo (in un appartamento alto borghese, dove marito e moglie vivono con maggiordomo e cameriera) una battagliera gallina che si aggira impertinente per la casa, sporcando e distruggendo tutto ciò che sfiora.
Il maggiordomo, rispettoso e pavido, non trova la decisione (forse non ha il coraggio) di afferrare il volatile e tantomeno di ucciderlo, tanto che al ritorno della padrona, che ha molta considerazione di lui, giustifica la presenza della gallina difendendosi con una scusa qualunque, promettendo di risolvere al più presto l'inconveniente. Passano i giorni e la gallina continua a imperversare e fare danni per l'appartamento. Tra i danneggiamenti non c'è solo il prezioso vaso cinese che la gallina, nei suoi movimenti incontrollati, ha fatto cadere, o i tappeti e i divani che ha insozzato con i suoi escrementi, ma più ancora i rapporti tra la padrona e il padrone, già silenziosamente compromessi e ora scopertamente messi in mostra.
Tra il marito (che non sopporta il maggiordomo e gli preferisce la cameriera), la moglie (che odia la cameriera), il maggiordomo e la cameriera (nemici l'uno all'altro) esplode una rissa non solo psicologica che ha per oggetto l'urgenza di liberarsi della gallina; nonché l'ordine perentorio al maggiordomo, e in seconda istanza alla cameriera, di portare in porto l'impresa.
Ordine inutile, che continuando ad essere inevaso trasporta lo smarrimento e la tensione, intanto pericolosamente ingigantitesi, fuori, tra gli amici e colleghi di lavoro dei due coniugi, diventando un saporito pettegolezzo pubblico fino al punto di risolversi con la degradazione della moglie (che perde la responsabilità della società di cui è amministratore delegato) e il licenziamento del marito che, stupefatto per il provvedimento patito, attraversando la strada viene investito da una macchina e muore.
Dunque Ottaviani sceglie lo strumento del grottesco, rinforzato da punte di noir, per operare quella distruzione o meglio smontaggio della realtà che oggi (e non da oggi) non si riflette più nella sua apparenza. E' un'operazione cui ricorrono gli scrittori dai tempi di Mallarmé o forse di Baudelaire, che per primi hanno avvertito l'impossibilità di cogliere il reale attraverso la rappresentazione (come fino ad allora era accaduto) e la necessità di rompere gli schemi logici che tengono in prigione le cose, e di disarticolarle dissotterrandone il senso. Operazione inevitabilmente rischiosa, esposta a facili fallimenti e velleitarismi irrisolti, ma quasi obbligatoria per lo scrittore che voglia porre domande al mondo pur sapendo di non poterne ricevere risposte. Porre domande significa attivare un circuito vitale e fomentare energie che coinvolgono, insieme all'autore, il lettore.
Ottaviani affronta la salita dalla parte più ripida percorrendola come fosse una discesa, mettendo il lettore sempre in sospetto sulla riuscita finché, grazie all'aiuto di un linguaggio ficcante e scivoloso, sembra conquistare la vetta. Riuscirà a impiantarvi la bandiera?
mercoledì 28 dicembre 2011
Primo giorno di scuola
La maestra era vecchia ma entrò nell'aula a passo veloce e salì in cattedra. Poi sollevò un braccio e indicando la finestra disse "Buongiorno, bambini! Oggi splende il...?" Visto che con gli occhi invitava a completare la frase, tutti senza esitare esclamarono in coro "sole!". Tutti tranne me. L'altrui perspicacia mi annichilì: a me, quella mattina del 1974, sembrava che splendessero molte cose. I banchi, le penne nuove, le pareti dell'aula. Il rossetto un po' grumoso della maestra, gli occhi dei miei compagni. Oltre il vetro, poi, splendevano gli alberi, la ringhiera che abbracciava il cortile, il cielo luminoso... Come diavolo avevano fatto gli altri a capire in un istante cosa splendesse in primo luogo, cosa splendesse in una sua diversa, distaccata antonomasia?
martedì 27 dicembre 2011
La traccia animale
Ringrazio Andrea Cortellessa per aver fatto uscire nel giro di qualche settimana (lusinghieri regali di Natale) ben due recensioni della Gallina, che intrattengono un rapporto di differenza deleuziana (una differenza, cioè, non oppositiva). La prima è apparsa sul numero sette di Alfabeta2, ancora in edicola; la seconda sulla rivista svizzera Galatea, un nome che evoca perversioni "unheimliche" non meno che mitologiche. Eccone in calce la trascrizione, qui invece il link a Galatea e ad Alfabeta2:
http://www.galatea.ch/index.php/sommario/diario/libri/item/281-un-fisico-bestiale.html
http://www.alfabeta2.it/
Un fisico bestiale
di Andrea Cortellessa
L’animale, si diceva, è il diverso dall’uomo. In quanto tale da sempre rappresenta un termine di paragone con le dinamiche umane che dallo stato di natura più si discostano.
Nonché, nei loro confronti, quello che è il più delle volte un - più o meno implicito - atto d’accusa. Un apologo di tal fatta si può leggere nel notevole romanzo d’esordio di Fabrizio Ottaviani (La gallina, Marsilio, pp. 237, € 18,50). In cui una «traccia animale» - una gallina recapitata non si sa bene da chi - mette a soqquadro ‘Casa De Giorgi’: la fortezza alto-borghese nel cui claustrofobico intérieur i coniugi Elena e Massimiliano, irreprensibili cittadini di un’innominata città in un imprecisato periodo del Novecento, conducono un’esistenza perfettamente regolata dalla rigida maschera sociale che si sono imposti. La gallina interviene imprevedibile a disorganizzare quell’ordine: mettendone a nudo l’intrinseca fragilità. Tanto la servitù che gli stessi padroni di casa si rivelano incapaci - per l’ossessiva civilisation della quale sono ammantati - di disfarsene nel modo più spiccio e brutale. L’animale immette, in quella Prussia, un elemento selvatico e incontrollato. Bercia, insozza, puzza. La vita sociale dei De Giorgi va a picco e, con essa, le loro lucrose attività. Va così in scena la «caduta di casa De Giorgi», parodia dell’incubo di Poe: un processo farsesco, un’estromissione dalla mega-ditta (pungenti le pagine - tra Kafka e i fratelli Coen - sulla riunione del cda in un’alta torre in preda ai venti), persino un incidente mortale scandiscono un comicissimo crescendo a precipizio (che alle modalità da opera buffa di Palazzeschi deve senz’altro). In una struttura assai tradizionale, ma con scrittura d’ironia sorvegliatissima, Ottaviani riesce a immettere acidi davvero corrosivi di satira sociale, nonché una stralunatezza tutta novecentesca (altri riferimenti vanno indicati in Buzzati e nel Landolfi delle Due zittelle): la gallina della copertina, virata a colori acidi nel filtro che ne consente la visione in 3D, è in questo senso un manifesto.
domenica 27 novembre 2011
La bilancia della tempestività
Di fronte ad un testo evidentemente datato, un regista teatrale ha poche possibilità. Può smorzare le parti che più hanno subito i rigori del tempo, e alzare di converso il volume ai brani meno centrali ma più attuali, sperando che alla fine la bilancia della tempestività non risulti troppo obliqua. E' la scelta "pietosa", quella che soccorre. Può tentare un'edizione filologica, quindi professorale e ad uso esclusivo degli accademici (opzione critico-museale). Oppure può tentare un'operazione ermeneuticamente avventurosa: può mettere in scena per l'appunto l'essenza ormai usurata del testo, il suo nucleo funzionale, e chiedersi chi potrebbe trovarlo accettabile, gradevole o persino appassionante. E' ciò che ha fatto Lavia per I masnadieri di Schiller al teatro India, a Roma. La scena è un profondo parallelepipedo con la base d'argilla, mentre le pareti sono ricoperte di graffiti nello stile di Basquiat. Gli attori, vestiti come hipster, impugnano spesso la chitarra, cantano da soli o in coro, si spostano assieme (come nei balletti televisivi) e quando recitano si muovono come personaggi di un musical sfacciatamente commerciale, per esempio, l'eterno Fantasma dell'opera. Non c'è dubbio: per Lavia il preromanticismo di Schiller, come pure l'altisonante retorica dello Sturm und Drang - didascalicamente richiamato nei graffiti, ovviamente a caratteri gotici - può attrarre solo gli "amici" della De Filippi: è, insomma, cascame, destinabile al massimo al pubblico più sprovveduto. Naturalmente questa operazione aggressiva è, propriamente, un'esecuzione capitale: Lavia vuole uccidere in scena I masnadieri. Purtroppo questa scelta (e si tratta di una scelta non solo legittima, ma proficua) pone un problema: quello della resa teatrale, e in particolare quello della mancata identificazione con le dramatis personae. Per scongiurare la noia, che sarebbe l'immediata conseguenza di questa mancata identificazione, Lavia ha solo due strumenti. Il primo è il periodico ricorso a degli "stalli", in cui una voce fuori campo riporta il tono della pièce al "serio". Il secondo, è la semplicità della mente degli spettatori, i quali nelle due ore dei Masnadieri non hanno esitato ad applaudire a scena aperta proprio i momenti in cui le pulsioni dissacratorie del regista raggiungevano il culmine.
giovedì 10 novembre 2011
Io, invece
Ieri pomeriggio, alle 18,30, presentazione di due romanzi in contemporanea. Decido di accettare, l'invito viene da un'amica. Gli autori stabiliscono di parlare l'uno del libro dell'altro, andrebbe tutto bene ma l'autore n.1 parla per circa un quarto d'ora del romanzo dell'autore n. 2, mentre l'autore n. 2 proprio non ce la fa a ricambiare. A dire il vero ci prova, ce la mette tutta, ma il compito è superiore alle sue forze. E' anche poeta, è troppo self-centered, è inevitabile: per ogni frase dedicata all'altro ce ne sono tre che parlano di sé, del suo romanzo o della sua vita. Si imbarca in una laudatio temporis acti che non finisce più. Ricorda con nostalgia gli anni '60, ha il mito della Vita agra di Bianciardi: quando tutti erano più buoni e poveri e puliti e ancora non avevano sigillato Piazza Vittorio sotto alcune tonnellate di travertino (dimenticando con tutta evidenza che la Vita agra raffigura gli anni del boom economico come un inferno). Biasima anche i radical chic che trangugiano aperitivi al Pigneto, il quartiere amato da Pasolini, e quasi si commuove al ricordo delle poverissime borgate romane di una volta.
L'altro romanziere è leggermente irritato dal fatto che il tempo dedicato al suo volume è stato decisamente inferiore, ma annuisce: in fondo anche il suo libro parla di un quartiere popolare, San Giovanni, e in particolare di un casermone della Cooperativa Tranvieri, cui corre grata la memoria.
Quando vado via, mi avvicino allo scrittore della cooperativa tranvieri e gli dico che leggerò volentieri il romanzo. E anche se temo che nel mio appartamento ci siano troppi quadri per darmi delle arie lumpen, aggiungo che io, a San Giovanni, ci abito. Lui mi sorride e mi risponde con la bonarietà di chi ti allunga una coltellata: "Ma che bello, io invece abito a Via dei Serpenti." Mi congratulo, poi sorrido (solo a me stesso) della mia ingenuità, e mi guardo attorno: siamo praticamente appollaiati sopra Fontana di Trevi, sulla terrazza di un albergo. Potremmo gettare la monetina da quassù ed uccidere un turista giapponese, non se ne accorgerebbe nessuno. La sobrietà è una gran cosa, ma meglio ammirarla da una postazione differente. Più aquilina. Sì, forse abbiamo avuto un passato parco. Ed è giusto abbandonarsi alla nostalgia. Ma non bisogna esagerare.
Saluto anche l'altro scrittore, ma stavolta da lontano. Che la sua vita agra si svolga, attualmente, ai Parioli?
mercoledì 26 ottobre 2011
Mai (nemmeno una volta)
Dopo aver visto A dangerous method - Freud contro Jung secondo un Cronemberg qui al suo minimo storico - posso tranquillamente continuare a giudicare come invulnerabile alla smentita la seguente, inveterata mia convinzione: mai (nemmeno una volta) in un film uno scienziato, un filosofo o un accademico sono stati rappresentati in modo credibile. Ma stavolta si è toccato il fondo: Freud, che per Breton era un petit veillard sans allure, rassomiglia a una specie di grosso boscaiolo con il sigaro sempre acceso e "racconta" i suoi sogni a Jung il quale, figurarsi, "li interpreta". Poi i due si danno il cambio, Jung racconta il sogno e Freud cerca di capirci qualcosa. Per sperare che anche un semplice uomo di concetto sia raffigurato per bene in pellicola bisognerà attendere il giorno in cui i registi saranno filosofi, o i filosofi registi.
martedì 25 ottobre 2011
Zanzotto, il noto ecologista.
Sfogliando i quotidiani il giorno della morte di Zanzotto, noto che soprattutto un aspetto ha colpito i giornalisti: l'impegno ecologista del poeta. Addio al poeta dell'ambiente, è scomparso il poeta delle montagne, il cantore della natura non c'è più: questi i titoli. Ancora una volta, l'equivoco regna sovrano. Come dice Sklovskij nel Punteggio di Amburgo: "Le piazze intorno alle grandi tombe sono lastricate con le buone intenzioni dei filistei, che fanno dono ai morti delle loro virtù".
martedì 4 ottobre 2011
Elogio della frigida
Stanotte, mentre dormivo, il fantasma di Adorno è venuto a trovarmi. In piedi in un angolo della stanza, giocherellava con il mio arco da caccia. Gli erano ricresciuti tutti i capelli. Stavo per interrogarlo quando mi ha apostrofato: "Taci! E domani, appena ti svegli, scrivi al posto mio un elogio della frigida!" Poi ha scagliato un'invisibile freccia in direzione dell'abat-jour, ed io mi sono riaddormentato.
ELOGIO DELLA FRIGIDA
La meccanica e il teatro del sesso, allorché essi siano ricondotti a quel gesto prototipico che, pur deformando e misconoscendo l’essenziale, domina col suo abbozzato formulario sia il linguaggio comune sia l’immaginazione, appare determinata dal desiderio maschile di infliggere e di immobilizzare, cui segue nella donna qualcosa come il subire un sopruso. Tuttavia, se fisicamente e persino politicamente un tale schema appare accettabile, non lo è per nulla se si passa a considerazioni che riguardano il piacere e gli effetti che esso produce. Infatti al progressivo crescere del successo maschile corrisponde non un maggiore potere di controllo sulla donna, ma una sua paradossale fuga sur place, fuga raccolta euforicamente dal gergo nella frase secondo cui lei «va via di testa». In realtà, è andata via del tutto: non appena la trappola sembra scattata, la preda è ormai lontanissima ed avvilisce l’uomo riducendone il ruolo a quello di semplice e anonimo detonatore di processi, i quali hanno in sé, e non in chi li ha fatti scattare, il loro centro. Qui a conferma vale meno la proverbiale e mai stabilita maggiore, rispetto all’uomo, capacità femminile di godere, e più gli occhi chiusi, a motivare i quali è evidentemente estraneo qualsiasi pudore. Che il sentire animale e propriocettivo prevalga sul teoretico vedere non implica infatti alcuna scesa a patti con la materia, ed è anzi il sintomo di un capovolgimento dell’infinitamente vicino nell’infinitamente remoto. Perché questo accade? Perché la carne umana contiene un’aporia. Aristotele sosteneva nel De anima che nel tatto la carne si trasforma in medium, affermazione sbalorditiva che si tollera solo per un secondo, prima di accorgersi che essa distrugge la plausibilità della teoria dell’anima come forma del corpo, palesando l’insostenibilità dell’identità tra vita e conoscenza su cui quella teoria si basa. Che nel tatto la carne sia un medium vuol dire che il corpo animato o conosce o vive, ma mai che esso conosce e vive nello stesso istante. Infatti, poiché la carne fa parte della persona, mentre l’aria e l’acqua (i media del vedere e del gustare) no, nel tatto l’anima è più che mai ridotta ad un punto metafisico e separato, e dunque semplicemente scompare. Il cuscino del corpo, che con la sua vitale opacità impediva che ci si soffermasse troppo a lungo su cosa potesse mai significare un’aderenza tra anima e mondo, diventa corpo estraneo non appena lo si classifica tra gli strumenti; soffocata da partes extra partes, anche l’anima smette ben presto di essere concepibile. È proprio per questo che le donne ripagano con la loro tenerezza i loro amanti soltanto dopo, quando tutto è finito: la gratitudine femminile è basata sulla memoria, non su un presente in cui lo scambio è tale solo ad uno sguardo altro: profodità del voyerismo, che osserva la scissione tra piacere maschile e femminile solo per pacificarli estrinsecamente, e trarre da essi un piacere terzo e finalmente conciliato. Dalla struttura di fuga o di «partenza» del piacere femminile deriva perciò a sorpresa una generale e ricattatoria lezione di moralismo, se per moralismo si intende il rifiuto della pura ed autosufficiente simmetria tra il sé e ciò che esso possiede: la conquista dell’oggetto sarebbe simultanea al dominio solo a patto che il dominio appartenga al campo della magia, e il dominante assomigli all’apprenti sorcier. Paradossalmente, si conquista l’oggetto lasciando che in esso si liberino delle forze centrifughe, e questo proprio nell’istante in cui si spera che la violenza duri eternamente. Bisogna sottomettersi ad una necessità esterna: la felicità è il premio che segue al più mieloso rispetto delle leggi.
A questo cosmo fatale è estranea la frigida, colei che è sempre presente e che non smette di sperare nella comunicazione immediata. Ha compreso che un corpo ridotto a strumento, in virtù della sua perfezione dionisiacamente eccedente, fa torto sia alla materia sia allo spirito, perché impedisce di fare a meno della loro distinzione. Economicamente simula il baratto, l’esclusione di un piacere-cartamoneta che appartenendo al sistema costringe ad immettere il proprio desiderio nel circolo dei beni comuni. Contrasta la brutta piega che prende il corpo quando si lascia andare, e la brutta piega è la scomparsa dell’anima dal mondo, quell’anima che proprio ora, netta ed erotizzata, doveva invece afferrare l’occasione per cancellare da sé la cattiva fama di vuoto fantasma orfico, che la perseguita da sempre. Lucida e sempre ad occhi aperti, a meno che non finga, la frigida si appropria di quel voyerismo che non è solo volontà determinata di possesso, ma anche e soprattutto identità tra sé e l’altro. Sacrificando il piacere alla conoscenza, si ribella all’obbligo di vedere la carne sotto la specie della mediazione e del simbolo; precipitando coscientemente nella propria materia, invece di lasciarsi trasportare da essa come su di un tappeto volante, libera l’uomo dall’equivoco e lo salva dalla condanna di Sisifo.
venerdì 30 settembre 2011
Alberto Garlini parla della Gallina.
Questo è il link ad un breve video di Aberto Garlini, dedicato al simpatico animaletto che annienta casa De Giorgi:
http://www.pnbox.tv/videolink.asp?video=5585.wmv
La racconto lo stesso, anche se nessuno mi crederà.
Stamattina sono andato a ritirare delle cravatte in lavanderia. Il figlio della titolare (sono rumeni: bravissime persone con cui si può chiacchierare di politica, e anche di geopolitica) probabilmente sa che mia moglie è avvocato penalista, perché appena sono entrato nel negozio mi ha raccontato quanto segue, che direi di situare all'incrocio fra Easton Ellis e Ionesco. Alcuni giorni fa una donna elegante, sui cinquant'anni, gli ha portato una bellissima camicia di seta sporca di sangue, e lo ha pregato di rimuovere le macchie. La camicia è stata lavata, ma poiché le macchie di sangue sono molto difficili da togliere, il capo si è rovinato. Quando è tornata a ritirare la camicia, la signora ha dato in escandescenze. Ha detto che era una camicia di qualità, che ormai era da buttare e che sarebbe andata subito a denunciarli. Poi è uscita, sbattendo la porta. Un'ora dopo, una volante ha parcheggiato di fronte alla lavanderia. Ne è sceso un maresciallo dei carabinieri, il quale dopo essersi presentato ha chiesto se i termini della denuncia fossero fededegni, se cioè davvero la lavanderia avesse rovinato una preziosa camicia di seta macchiata di sugo di pomodoro. Immediatamente il figlio della titolare ha protestato che non si trattava di macchie di pomodoro, ma di grosse macchie di sangue, molto difficili da togliere. A questo punto il maresciallo, sorpreso, ha esclamato: "Ciò cambia tutto. Se le macchie erano di sangue, non siete voi a dovervi preoccupare della giustizia, ma la signora che vi ha denunciato". Poi ha fatto un piccolo inchino, ha salutato in fretta ed è uscito di corsa dal negozio.
mercoledì 28 settembre 2011
Carnage: un rovello.
Dopo aver visto il film di Polanski mi sono posto soprattutto una domanda: perché tutti i "cattivi" (il feroce avvocato difensore delle case farmaceutiche; la moglie, apparentemente conciliante e in realtà ipocrita e "peggio del marito"; il cinico gestore di un negozio di casalinghi) sono bravissimi ad argomentare la normalità - banalità - del male nonché il suo inevitabile dominio sul mondo, mentre l'unico personaggio d'emblé "positivo", quello recitato dalla Foster, balbetta, si contraddice, perde le staffe? E' un cedimento moralistico biasimare la slealtà del regista?
giovedì 15 settembre 2011
Prima di Zigmunt Bauman
Sarò ospite di Pordenonelegge. Domenica 18 settembre alle 15, nel Palazzo della Provincia di Pordenone, io e Vincent Raynaud discuteremo un po' della Gallina. Per ascoltare Bauman, invece, si dovrà aspettare fino alle 16. E' difficile per me parlare di Vincent: diciamo semplicemente che è stato lui, dopo averne letto il manoscritto, a proporre il romanzo a Jacopo De Michelis e a Marco di Marco della Marsilio. In altre parole gli devo moltissimo. Traduttore in francese di Saviano, Garlini, Vinci, Vasta e di molti altri scrittori italiani e spagnoli, Vincent è anche consulente di Gallimard.
lunedì 12 settembre 2011
Riconoscenza
Sono infinitamente riconoscente all'elusivo blogger del "Diario di uno scrittore precario. Scrittore, editor, giornalista, precario, ghost writer, professore, affamato, eccetera. Soprattutto eccetera". Mentre le prime recensioni faticavano ad arrivare, lui senza il minimo imput da parte dell'industria culturale pescava La gallina in libreria e iniziava a scriverne sul suo blog dimostrando competenza, acume critico e generosità verso l'autore. Credo che solo chi ha scritto un libro ed attende per settimane le reazioni dei competenti conosca l'atroce sensazione di apnea che si accompagna a questa condizione. Grazie, caro scrittore precario, per avermi fatto respirare: i doni degli sconosciuti, sempre disinteressati, non si dimenticano facilmente. Ecco il link ai post sulla Gallina:
http://diariodiunoscrittore.blogspot.com/search/label/La%20gallina
domenica 11 settembre 2011
A scanso di equivoci, lo stile è (segue definizione).
A scanso di equivoci, lo stile non è la scorciatoia per raggiungere l'eccellenza senza pagare pegno alla vita e agli uomini, ma ciò che della statura morale di un "autore" filtra in un medium; per esempio nel modo di vestire, scrivere, parlare, comporre musica, agire. Ed è appunto per questo che si scrivono tanti libri cattivi: perché manca, prima del talento e dello studio, la statura morale.
sabato 3 settembre 2011
Per farla finita con la distinzione tra realtà e finzione. Osservazioni su un saggio di Filippo La Porta
Qualche giorno fa ho finito di leggere il saggio Meno letteratura, per favore! di Filippo La Porta (Bollati Boringhieri, 138 pagg., 11 euro). Uscito nell'ottobre del 2010, il volumetto mette il dito sulla piaga per ciò che riguarda l'inflazione di storie che caratterizza la nostra epoca. Un paio di anni fa, tanto per fare un esempio, Le monde littéraire - il supplemento letterario del quotidiano francese - riportava in prima pagina una fotografia in grado di erodere il residuo romanticismo legato alla professione di storyteller: centinaia di sceneggiatori, scrittori ed altri "addetti al settore delle storie" sfilavano negli USA in occasione di uno sciopero della categoria. A giudicare dalla foto, erano più numerosi dei metalmeccanici italiani. Insomma, la nostra società richiede storie in quantità enormi, sicché ha fatto bene La Porta a dedicarvi un suo scritto. Intanto, Meno letteratura è un'agile carrellata sulla recente narrativa italiana, con definizioni critiche che ho trovato spesso sorprendenti e perfette: (per esempio la definizione riuscitissima dello stile di Rosa Matteucci come "cimiteriale-picaresco"). Ma per tornare alle questioni evocate dal titolo, dirò subito che il saggio di La Porta, all'inizio, mi ha allarmato: la copertina accennava alla letteratura come "infiorettamento", come l'operazione di impreziosire, come "elegante addomesticamento di tutto ciò che è sgradevole". In altre parole, sembrava quasi che per l'autore la letteratura coincidesse con ciò che Derida chiamava "supplemento", come l'aggiunta o la sostituzione di qualcosa che c'è già, come elemento accessorio. “Meno storie” significherebbe allora meno arzigogoli, meno ricami, in una parola meno “retorica”? Per fortuna, nelle pagine successive, non solo La Porta abbandonava questa visione della letteratura, ma proponeva di leggere il rapporto tra realtà e finzione in una forma del tutto diversa, e che mi sembra estremamente produttiva. Vorrei ora raccontare una storia terribile, ma molto eloquente. Qualche anno fa, ho tradotto dal francese per la casa editrice di Internazionale, Fusi Orari, l'autobiografia dell'editore Maspero, Les abeilles et la guepe. In un passo del libro si raccontava di ciò che accadde alla madre dell'autore quando, alla fine della Seconda guerra mondiale, la donna tornò dal campo di concentramento. Provò a raccontare a parenti e amici l'orrore vissuto, ma nessuno riusciva a comprendere davvero cosa fosse successo. Non è che non le credessero: semplicemente non riuscivano a misurare le dimensioni dell'atrocità. Una zia, evidentemente irritata dai dettagli dell’inenarrabile racconto, l’apostrofò: "Cosa credi, anche noi durante la guerra abbiamo sofferto! Per esempio abbiamo dovuto fare a meno dell'olio per tutto l'inverno…" Sarebbe facile spiegare questa spaventosa "sordità" con Primo Levi o con Lyotard, e ammettere che l'Olocausto sia “irrappresentabile”. Ma forse la spiegazione è più semplice: la realtà, se non si sa raccontare, nemmeno esiste. Bisogna (per una necessità quasi biologica) essere bravi affabulatori, altrimenti anche il fatto più bruto, anche l'evento che meno sembra aver bisogno di essere interpretato, affonda, sbiadisce e diventa un nulla. Non è vero che la retorica (la famosa carrellata sul campo di concentramento, di cui Rivette accusava il regista Pontecorvo in De l’abjection) è "abietta": abietto, o quantomeno scientificamente fuorviante, è illudersi che la realtà "parli da sé", che non abbia bisogno dell'arte degli uomini per essere "detta". Eliminare la retorica è invece un crimine, perché vorrebbe dire abbandonare i "fatti" a se stessi; il che, lungi dal renderli più eloquenti, equivarrebbe ad una reductio ad silentium. Ho dunque continuato a leggere il saggio di La Porta, e questo finché non ho letto che "la realtà ha bisogno di essere messa in scena. Altrimenti resta opaca, inanimata. E per metterla in scena occorre non tanto infiorettarla ... quanto padroneggiare le tecniche e le strategie della narrazione.” Ecco, vorrei partire da questa tesi, espressa con la massima chiarezza in Meno letteratura, per radicalizzarla e proporre una ristrutturazione del rapporto fra realtà e letteratura che fa a meno del concetto di finzione.
Noi, di solito, opponiamo realtà e finzione; inoltre distinguiamo due tipi di letteratura: quella realistica, che farebbe parte della realtà, e quella fantastica o "d'invenzione", che ovviamente farebbe parte della finzione. E quando ci troviamo di fronte ad opere che non si sa dove collocare sentiamo il bisogno di creare delle categorie ibride, come la "faction", il new journalism o il buon vecchio romanzo storico. Ora, ho l'impressione che se vogliamo denunciare l'abuso di letteratura (quello che si potrebbe battezzare l’"imperialismo narratologico") è meglio percorrere un'altra strada: ipotizzare che esista un territorio comune all’esperienza e alla letteratura, e che su tale “regione” si concentri pour cause l’interesse dell’industria culturale perché si tratta di una regione che ognuno di noi non può permettersi di ignorare, perché dalla capacità che noi abbiamo di padroneggiarne le regole derivano le nostre possibilità di sopravvivenza. In altre parole, c’è una regione dell'esperienza che il romanzo mima perfettamente, e che deve essere considerata come né puramente finzionale né puramente reale, perché è indifferente alla distinzione tra reale e finzionale.
Mi spiego meglio: esiste letteratura non romanzesca, per esempio la poesia; e grazie al cielo esiste tanta realtà non romanzesca (per esempio farsi un caffè non ha niente di romanzesco). Cosa chiede, invece, l'industria culturale al letterato? Chiede ciò che La Porta chiama "strategia della narrazione". Ma questa strategia è la stessa che ognuno di noi mette in opera nell'azione. Non è strategia della narrazione, è strategia e basta, cioè azione. Si agisce per afferrare qualcosa (un oggetto o un sapere, direbbero i semiologi); per afferrare qualcosa c'è bisogno di trovare degli strumenti (conoscitivi o reali); e poiché le cose che valgono sono rare, è inevitabile che queste azioni siano rese ardue da competitori, da concorrenti, da chi si oppone al nostro successo perché anche lui vorrebbe raggiungerlo. Ecco, questa è la vera dittatura della narrativa: leggere la realtà sempre sotto forma di conflitto, di obiettivi da raggiungere, di bersagli da centrare. Saviano a questo punto potrebbe essere considerato un esempio negativo non già perché ha confuso la realtà tragica con la finzione narrativa (il famoso telefonino sulla bara della bambina uccisa in una sparatoria, episodio probabilmente inventato), cioè perché Gomorra vuole appartenere al genere “romanzo” ma poi è anche cronaca; è un esempio negativo perché l’autore ha “reso” il fenomeno camorristico sotto una forma esclusivamente narrativa, grazie ad una focalizzazione esclusiva sul conflitto, sul bozzetto, sull'aneddotica e la ricerca del sensazionale; non a caso le pagine più celebri di Gomorra sembrano composte da leggende metropolitane vere…). Questo forse è l'errore, naturalmente in buona fede, di Saviano. Il pericolo di un’espansione indefinita della letteratura nel mondo, quasi una colonizzazione della realtà da parte del narrativo, non coincide allora con il rischio di introdurre la menzogna dove dovrebbe esserci cronaca "fotografica" e magari Storia, ma del privilegiare, della realtà, solo quegli aspetti che sono immediatamente romanzeschi, perché appartengono a quella regione in cui l’opposizione fra realtà e finzione non vale. Parafrasando una celebre affermazione di Gadda, romanzesco è il mondo, non la letteratura; più precisamente, esiste un piano che neutralizza la distinzione fra realtà e finzione, perché la sue essenza non è né reale né finzionale.
venerdì 2 settembre 2011
La verità, vi prego, su Canale Mussolini
Quel che non va in Canale Mussolini è che la voce narrante (che assume la forma logora del "narratore inattendibile") sembra all'inizio digiuna di qualsiasi complicazione intellettuale, e dunque legittimata a lasciarsi incantare dalla retorica del Fascismo. Noi la perdoniamo, come si perdona colui che non ha gli strumenti per difendersi dal male e lo moltiplica. A mano a mano che il romanzo procede, però, la stessa voce si rivela tutt'altro che ingenua, ed anzi piuttosto a suo agio con il mondo delle idee. A questo punto il romanzo crolla; non solo in quanto viene meno un aspetto essenziale del rapporto fra scrittore e lettore, cioè la fiducia, ma perché nell'attimo in cui il narratore muta di status intellettuale noi ci aspetteremmo da lui qualcosa di molto diverso dalla connivenza: per esempio degli atti di smascheramento.
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