Giordano di Andrea Caterini, edito da Fazi, ha una “carrozzeria” e un “motore”. La “carrozzeria” è naturalistica: un operaio dipendente, un bravo fabbro, contro il parere dei congiunti si licenzia e apre un’impresa. Il fallimento dell’operazione trascina il protagonista nel baratro. Quanto al “motore”, che costituisce la parte più notevole del romanzo, e che meriterebbe un discorso a parte, è un gioco di spettri costituto dai ricordi di Giordano, dall’impossibilità di elaborare il suo senso di colpa, da una disperazione senza limiti e dunque potenzialmente ingestibile perché immedicabile.
Nella presentazione romana Arnaldo Colasanti ha individuato subito l’essenza di Giordano, da lui considerato un romanzo della “residualità”. Colasanti ha poi esteso tale caratteristica all’uomo contemporaneo nella sua totalità, trasformando un’intuizione accettabile in una tesi ipercritica. Io direi che non siamo tutti residui; e sostenere che il protagonista del romanzo di Caterini, nel suo garage, sia “uguale” a chi va alle presentazioni letterarie mi ricorda la risposta piccata che diede alla madre di François Maspero, reduce dal campo di concentramento, un’amica rimasta al calduccio, a Parigi, annoiata dai racconti del campo: “Cosa credi, anche noi abbiamo sofferto. Per tutto l’inverno abbiamo dovuto fare a meno dell’olio d’oliva.” Forse ha ragione Colasanti, forse siamo tutti residui; ma non tutti allo stesso grado, né allo stesso modo; sospetto inoltre che un contadino del medioevo o un operaio della Manchester di Engels non fosse meno residuale di un lavoratore di call center. La lettura che Colasanti ha offerto di Giordano è però piuttosto complessa, e bisognerà attendere una recensione scritta, che sola avrà valore di documento.
Mi soffermerò sulla struttura naturalistica, nella speranza che risolverne alcuni nodi possa aiutare a decifrare anche la “notte oscura” in cui precipita Giordano. Anzi, più che sulla struttura, sulla filigrana che nasconde. Caterini ha il diritto di respingere un’interpretazione che mette in primo piano ciò che in Giordano è solo accennato, e quindi automaticamente oscura o magari cancella altri passi del romanzo che pure ci sono, e che vanno contro quell’interpretazione. Diciamo che parto dal presupposto che i romanzi siano anche una strana forma di confessione, uno psicodramma dove si dice di più o di meno di ciò che si è disposti a dire, anche se nauralmente questa confessione ha per oggetto mondi possibili, non reali. E che i palinsesti, le filigrane e insomma il morboso corteo di ciò che cova sotto la cenere, per il fatto stesso di non manifestarsi merita l’attenzione del critico. Ma so benissimo che questo, che cioè i fenomeni siano sguardo sul nascosto, e non su ciò che appare, è un vecchio pregiudizio occidentale rilanciato da Freud. Fra l’altro non mi comporto così con qualsiasi romanzo, ma solo quando il gioco tra la superficie e il profondo, il centrale e il marginale costituisce una “virtù” del romanzo stesso. Ho letto e apprezzato Giordano con la testa, come mi accade sempre quando l’autore lavora con un’intelligenza anche teorica e critica sulle parole, ma il piacere del testo che sono riuscito ad estrarre dal romanzo di Caterini e il sottile, perverso turbamento che scatena mi ha ricordato quel delitto raccontato da Jouhandeau in cui un marito fedifrago uccide la moglie a letto, mentre dorme, e quando questa si sveglia, perché sente le coltellate, lui le dice di stare tranquilla, di non agitarsi e che va tutto bene; proprio per continuare meglio ad ucciderla.
Giordano è un anti-romanzo, perché, come nella tragedia greca, inizia quando tutto è già accaduto, i Persiani hanno già vinto e bisogna solo ricostruire il senso di una sconfitta. Però Giordano è anche un romanzo ultra-cristiano. “Qui non c'è Greco o Giudeo, circonciso o non circonciso, barbaro, scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti" scrive Paolo di Tarso in una lettera ai Colossesi. Bene, andiamo oltre, si sarà detto Caterini: continuiamo a sottrarre parametri, ma, questa volta morali, fino a verificare se questo è un uomo anche se... Perché l’umanità è indocile, non rispetta le regole e si sottrae alle categorie allestite per mettere fuori gioco i subalterni; e il mondo è pieno di barbari felicemente protervi, di schiavi arroganti, di sciti che si danno arie da farisei. Proviamo, allora, a sottrarre non più tratti “secolari”, ma morali. Non togliamo all’uomo la ricchezza, la bellezza, il sapere: togliamogli piuttosto la dignità morale. Ecco allora nascere Giordano, il criminale familiare che fa quasi precipitare moglie e figlio nel baratro della povertà per (così sembra) il capriccio conformistico di far soldi. Ciò che segue è un teatro di spettri dove gli spettri sono i ricordi, cioè, in questo caso, il senso di colpa.
Intanto, è chiaro che Giordano non cade dalla posizione né troppo elevata, né troppo bassa, dalla quale normalmente cadono i protagonisti dei romanzi. Nella Poetica, Aristotele elenca alcuni intrecci che bisogna evitare, per esempio che un personaggio malvagio sia sconfitto, perché questo non genera paura e pietà, dunque nemmeno una catarsi. Va bene, invece, un personaggio “medio”, né troppo buono né troppo cattivo, che per un errore, un faux pas, meglio se dettato dalla scarsità di informazioni, precipita nella sventura. Giordano è questo personaggio “medio”? Direi di no. Credo che nessun romanziere abbia mai annichilito il suo protagonista allo stesso grado di quanto abbia fatto Andrea Caterini con il suo Giordano. Eroi completamente sconfitti non mancano nella storia della letteratura, ma si tratta sempre di sconfitte non presentano lo sconfitto come ignobile. Oppure, se ciò accade (dal Giobbe della Bibbia al Filottete omerico ai personaggi calunniati di Kafka), chi diventa repellente lo diventa per una decisione celeste imperscrutabile, il che produce un duplice effetto: rende inguaribile il male da cui è affetto l’eroe, e lo alleggerisce di una parte delle sue responsabilità (anche se di solito lo lascia in preda al senso di colpa, arcaicamente legato a qualsiasi tipo di fallimento; e poi, nel romanzo moderno, anche in balìa dei dubbi).
A me sembra utile avvicinarsi al tema del fallimento in Giordano tenendo conto del fatto che si può perdere più o meno nobilmente; inoltre dopo il crollo possono accadere cose diverse, aperture o involuzioni (al crack-up di Fitzgerald, espansivo e quasi avventuroso, Deleuze e Guattari contrappongono un crak-down regressivo).
E’, per esempio, un fallimento legittimo e non ignobile quello che colpisce l’imprenditore che rischia a ragion veduta, e non come rischia chi giochi alla roulette. Giordano, invece, mette a repentaglio la famiglia senza criterio, in forma quasi criminale. Tutti lo sconsigliano di saltare in quella vasca di murene che è il mercato italiano. Lui si tuffa, e lì, dopo qualche bracciata, si lascia sbranare. Foster Wallace ha scritto che il prototipo del suicida è l’uomo che si butta da un palazzo in fiamme; ciò che ha alle spalle, il fuoco, è più doloroso e terrificante della morte che attende giù in strada. Questo spiega la sequenza operativa del suicidio, il “coraggio” del suicida.
Da quale incendio fugge Giordano?
Giordano non ha virtù morali. “Ama e stima tuo padre, se è un uomo buono; altrimenti, almeno, rispettalo” recita il proverbio. Ma Diego non rispetta suo padre. Giordano è pieno di passi in cui, più o meno direttamente, lo insulta, lo degrada.
Che Giordano sia un nulla morale lo rivela Sandro. Il fatto che Sandro ami Giordano è una cause célèbre, nel senso seicentesco di “effetto senza causa”; Giordano si dice: se Sandro mi ama, dovrò pur essere qualcosa di degno... Per essere d’accordo con l’ipotesi di Giordano, il lettore a sua volta deve credergli sulla parola, perché ogniqualvolta Giordano agisce in un contesto relazionale, si rivela l’inanità dei suoi sforzi. A parte la bravura nel suo mestiere, né Marilù né Diego né Sandro rilevano tratti positivi di Giordano, mentre invece è perfettamente visibile il teatro della crudeltà allestito attorno a lui da tutti, anche da chi vorrebbe sottrarlo a quel teatro.
Sempre durante la presentazione romana Aurelio Picca ha tenuto un discorso tempestoso, un’arringa da pubblico ministero contro il teatro della crudeltà che circonda Giordano. Picca (spero di non allontanarmi troppo dal suo pensiero, ma a questo punto non so dove finisca il suo e inizi il mio) ha diabolizzato e psicanalizzato il romanzo di Caterini, smontando l’interpretazione tranquillizzante che stava diffondendosi fra i lettori e inchiodando gli aguzzini del protagonista alla loro ipocrisia. E dunque: carogna la voce narrante, Diego, che tratta il padre come un minus habens; carogna l’amico Sandro, che forse va a letto con la moglie di Giordano e poi ha il coraggio di impancarsi a guaritore, ad accorato mistagogo; carogna la moglie, Marilù, che chiacchiera di notte al telefono ridacchiando con chissà chi mentre il marito muore di tristitia, e non gli stringe la mano nei giorni in cui è all’ospedale per un’ischemia; carogna, soprattutto, l’autore, che osa far uscire Giordano dal garage, luogo infero che condanna solo chi ve l’ha fatto precipitare; resurrezione illegittima, praticamente un’elemosina: perché mentre il crollo di Giordano è un fatto, la sua rinascita è delegata al piano simbolico dei sette santi dormienti, che invece appartiene alla mistica gratuità, a una notte dove tutte le vacche sono nere e dunque è nero anche il loro sangue versato. E a proposito del lieto fine sperato (o, per ricorrere al Lacan citato da Colasanti, allucinato) da Diego, esso è legato ad una frase di Sandro (“...come avete fatto a dimenticarvi di vostro figlio!”) che di nuovo espelle Giordano da se stesso, costringendolo a un salvataggio che fa leva non sull’amore di sé, ma sulla pietà paterna, sull’amore per il figlio. “Come avete fatto a dimenticarvi di vostro figlio” può essere inteso in molti modi, anche come un rappel à l’ordre, l’ingiunzione a tener conto non di se stessi, ma degli altri, che diventano gli unici legittimi beneficiari delle azioni di Giordano.
Picca ha visto giusto. Il suo finale (Giordano che muore nel garage) naturalmente non sarebbe stato possibile, se non altro perché nessun editore oggi stamperebbe un romanzo che è un viaggio al termine della notte senza regalare al lettore, nell’ultima pagina, una palingenesi. Però non c’è dubbio che le virtù di Giordano siano congetturali, il teatro della crudeltà in cui è immerso, invece, un fatto. L’elenco degli atti in cui questo teatro della crudeltà si sviluppa sono infiniti: Giordano è maltrattato dai clienti del garage, la moglie non gli stringe la mano quando sta per morire - tradimento ben più atroce di quello di Sandro, il suo migliore amico - ma soprattutto Sandro e Diego distruggono ogni possibilità di libera espansione di Giordano. Spinoza diceva che la cattiveria è questo: impedire a qualcuno di espandersi alla sua maniera. Kant, affermando che è immorale ignorare che il prossimo abbia (e sia legittimato a inseguire) fini diversi dai nostri, conferma la tesi di Spinoza. Qual è il fine di Giordano? Arricchirsi; ma questo arricchimento è negato in partenza da tutti, da tutti accolto con riserva mentale nella fase del successo (in cui, peraltro, tutti apprezzano Giordano solo come mezzo, non come fine) e considerato universalmente una follia dopo il crollo. Leggendo Giordano, si ha l’impressione che il cliente del garage che prova a parlare con lui - il “dottore” - sia, di fatto, l’unico “angelo” in un romanzo in cui circolano soprattutto esseri inquietanti, demoniaci. Demoniaco l’amico-nemico del cuore Sandro, demoniaca la moglie non-moglie Marilù. Quanto a Diego, è l’epicentro di un sistema domestico basato sull’ipocrisia. Da un punto di vista ideologico, Diego ripulisce denaro sporco.
Giordano, licenziandosi dal lavoro dipendente e mettendo su un’impresa, trasformandosi in partita I.V.A., sembra voler riconquistare una vita che ha perso l’elemento lineare dell’avventura, ed è ormai solo cerchio, tempo ciclico. Gli obiettivi veri, però, sono altri. Giordano, per cominciare, cerca di reagire alla sua nullità morale con il solo altro nulla immediatamente disponibile, a scopo di riscatto, nella nostra società: il denaro, il lavoro sociale ridotto a pura astrazione. Che sia così lo dimostra il fatto che appena Giordano riesce a fare un po’ di soldi, la sua grettezza cresce, non diminuisce (afferma che chi non può acquistare una Mercedes è un “morto di fame”, con la tipica spietatezza del parvenu). Il figlio, naturalmente, se ne avvede e inchioda il padre alla sua indegnità, in quello che è forse il passo più atroce del romanzo: Diego dimostra che la società che ha distrutto il sogno di emancipazione solo apparentemente economica di Giordano ha un volto che è identico a quello dello stesso Giordano, così com’era prima del crollo... Apparentemente: perché in realtà il desiderio di diventare imprenditore ha in vista un riscatto della dignità; per Giordano buttarsi nel mercato e metter su un’impresa è un modo per liberarsi dall’approvazione “a prescindere”, sospetta e in ultima istanza avvilente, di Sandro, e tentare di raggiungere un successo per il quale essere ammirato su basi concrete, non arbitrarie. “Quando il padre e il figlio smisero di rispettarsi, allora si inventò la pietà paterna e filiale”, si legge nel Tao Te Ching. Giordano è un uomo in fuga dall’agape domestica.
Resterebbe da dire che la sua resurrezione, per fortuna, è solo immaginata. Se Caterini ne avesse tratto una resurrezione reale, Diego avrebbe commesso il più grave dei crimini, la cancellazione morale del padre. Ma, sperata o reale che sia, deve essere chiaro che l’uscita di Giordano dal tunnel della disperazione, una rinascita che sembra diventare possibile solo nell’attimo in cui inizia l’elaborazione del senso di colpa, ha in vista la guarigione dal senso di colpa del figlio, non da quello del padre.
venerdì 12 dicembre 2014
domenica 6 luglio 2014
Figlio mio!
Vi piace If? QUESTO E' L'ORIGINALE:
Se saprai mantenere la testa quando tutti intorno a te
la perdono, e te ne fanno colpa.
Se saprai avere fiducia in te stesso quando tutti ne dubitano,
tenendo però considerazione anche del loro dubbio.
Se saprai aspettare senza stancarti di aspettare,
O essendo calunniato, non rispondere con calunnia,
O essendo odiato, non dare spazio all'odio,
Senza tuttavia sembrare troppo buono, né parlare troppo saggio;
Se saprai sognare, senza fare del sogno il tuo padrone;
Se saprai pensare, senza fare del pensiero il tuo scopo,
Se saprai confrontarti con Trionfo e Rovina
E trattare allo stesso modo questi due impostori.
Se riuscirai a sopportare di sentire le verità che hai detto
Distorte dai furfanti per abbindolare gli sciocchi,
O a guardare le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,
E piegarti a ricostruirle con i tuoi logori arnesi.
Se saprai fare un solo mucchio di tutte le tue fortune
E rischiarlo in un unico lancio a testa e croce,
E perdere, e ricominciare di nuovo dal principio
senza mai far parola della tua perdita.
Se saprai serrare il tuo cuore, tendini e nervi
nel servire il tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tenere duro quando in te non c'è più nulla
Se non la Volontà che dice loro: "Tenete duro!"
Se saprai parlare alle folle senza perdere la tua virtù,
O passeggiare con i Re, rimanendo te stesso,
Se né i nemici né gli amici più cari potranno ferirti,
Se per te ogni persona conterà, ma nessuno troppo.
Se saprai riempire ogni inesorabile minuto
Dando valore ad ognuno dei sessanta secondi,
Tua sarà la Terra e tutto ciò che è in essa,
E — quel che più conta — sarai un Uomo, figlio mio!
Però, però..... FUNZIONA ANCHE AL CONTRARIO:
Se saprai abbandonarti quando tutti tengono salda la testa,
e ti accusano di essere stato tu a dare l'esempio di solidità caratteriale,
se dubiterai di te stesso quando tutti credono in loro stessi
e a tutti saprai perdonare tale boria,
se saprai reagire alle inutili attese anche a costo di ingannare, di odiare,
e di assumere l'onere che si impone ai buoni e ai saggi,
se saprai tenere i piedi per terra, facendo di tale realismo la tua guida,
se saprai sognare facendo del sogno il tuo scopo,
e tremerai di fonte al successo e alla sconfitta,
e resisterai alla tentazione di confondere questi due grandi arbitri della vita,
se impedirai che le tue verità siano distorte dai falsari
e ridotte a trappole per gli sciocchi,
se vedendo in pezzi le cose per cui daresti la vita
ti rifiuterai di chinarti e di raccoglierle
e di ricostruirle con i tuoi logori arnesi,
se eviterai di fare una manciata di tutte le tue vincite
e rischiarle in una sola puntata e perderle,
ed eviterai di ricominciare daccapo
senza una parola di stizza o di rimpianto,
se sarai così accorto da evitare di tendere il cuore e i nervi
oltre ogni loro resistenza e farai attenzione
a non aggrapparti ad essi quando in te non c'è più altra forza
che quella di dire: resisti,
se il tuo tatto sarà così sensibile da spingerti
a parlare in modo diverso con persone diverse,
con i barboni e con i re,
se riuscirai ad essere toccato nel profondo, fino a soffrire,
sia dai nemici più accaniti sia dagli amici più cari,
se ogni uomo conterà per te non alla stessa maniera,
ma in base al suo merito,
se riuscirai a vuotare il minuto che scorre
di una cosa valsa sessanta secondi,
potrai rinunciare anche alla terra con tutto quello che ci cresce sopra,
e, ciò che più conta, vedrai il desiderio di diventare uomini
come una scusabile velleità,
che attira solo gli spiriti deboli, figlio mio!
lunedì 2 giugno 2014
Pellicola postmoderna
Alcuni romanzi non si limitano a raccontare una storia: vogliono essere la radiografia di un'epoca, trasmettere un’esperienza filosofica, analizzare la società o magari l'intera umanità. E a volte vogliono essere tutte queste cose assieme: sfogliando La vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro (Ponte alle grazie, 509 pagg., 16,80 euro), per esempio, si ha l'impressione che il numero dei temi affrontati sia potenzialmente infinito; il che non vuol dire che questo romanzo ramificato e potente non abbia una struttura riassumibile: vi si narra infatti la vicenda terrena di un ingegnere di successo, Ivo Brandani. Nato nell'immediato dopoguerra, background filosofico, politicamente orientato a sinistra, Ivo abbandona gli studi umanistici per intraprendere una carriera fulminante in una grande azienda, negli anni del botto economico. Espulso dai piani alti dei grattacieli per non essersi prestato ai giochi perversi dell’amministratore delegato, il protagonista del romanzo di Pecoraro vive altre esperienze professionali, fra cui una particolarmente catastrofica, da quasi-burocrate, in una Roma mai nominata se non con un beffardo eufemismo, "la Città di Dio”. Una Roma fatta solo di passaggi, di cunicoli; i corridoi dei ministeri rispecchiano la struttura delle fogne che un giorno, ostruendosi, seppelliscono l’urbe di fango.
Riuscito a sopravvivere anche a questo disastro, Ivo sta per terminare la sua carriera con una missione fin troppo allusiva: deve volare in Egitto per ricostruire artificialmente il reef di Sharm, visto che siamo nel 2015 e la barriera corallina è stata spazzata via dall'inquinamento. E’ proprio in aeroplano, incastrato fra i sedili claustrofobici della classe turistica, imbottito di Tavor, che l’ingegner Brandani rievoca gli episodi salienti della sua esistenza, abbandonandosi a un delirio rapsodico nel quale restano invischiati sessant'anni di storia italiana. Le sirene dell'industrialismo, l'oppio della contestazione, la nausea verso gli anni del riflusso; e poi la rotonda sul mare, il rapporto con le donne, gli aspetti snobistici o grotteschi di una élite psicologicamente fragile, se non inerme.
Ogni “fase” ha il suo nume tutelare: Conrad per i viaggi africani, Roma senza papa di Morselli per le pagine dedicate alla capitale. I tre puntini di sospensione, marchio di fabbrica di Céline, costellano il torrenziale monologo, mentre l’homo faber di Max Frisch, a braccetto con il console Firmin di Sotto il vulcano, sorvegliano la deriva morale e lo spettacolare tracollo del protagonista. Curiosamente, però, e a dispetto della pellicola postmoderna che ricopre le pagine di Pecoraro, la collocazione ideologica dell’autore è chiara: il suo romanzo trasuda indignazione per il dissolvimento della civiltà occidentale. Il “passato” di Brandani è il cristianesimo che trapela dal lutto per la strage di Maometto II nella basilica di Santa Sofia, bizzarra ma non avulsa ossessione che apre il romanzo; ed è l'umanesimo dei suoi trascorsi filosofici e il marxismo dell'impegno politico, ideologie diverse eppure assimilabili, perché oggi vediamo che la loro funzione era comune: respingere il nulla post-umano, bestiale o elettronico, che attendeva l’umanità e che sta inghiottendo il pianeta.
"Aveva letto di recente che in Amazzonia nei fiumi melmosi vivono pesci gatto che non vedono niente, per via del limo. Allora sentono cosa c'è nell'acqua attraverso la pelle." Scompare un approccio al mondo basato sul senso nobile della vista: anche gli uomini, sembra suggerire l’autore, presto non avranno bisogno di vedere, basterà annusare. Altro che medioevo prossimo venturo: qui si torna all'istinto. E' non è Spengler che affiora sotto l'apparente borbottio qualunquista? "Noi siamo i bianchi arrossati gialli di capelli le cui donne girano scollate e scosciate, siamo quelli che raggiungono età avanzate e non credono a niente... Siamo noi quelli che non lottano in prima persona, ma per interposta e potente organizzazione militare. Eccola la gente d'Occidente, sembrano come svuotati dalla pace. Noi, gli organismi prodotti dal Tempo di Pace, non diamo la vita per la Patria, non sacrifichiamo la nostra esistenza per una battaglia civile, per un ideale politico. Pace pace pace, per noi organismi filtratori, che non sapremo mai nulla di noi stessi, perché la pace ti fa proprio questo, non ti mette alla prova se non nella parte peggiore di te."
Viscerale nostalgia di una società “organica”, nausea per l’utilitarismo, fastidio verso una secolarizzazione che sta cancellando quella che per un paio di millenni è stata l’immagine dell’uomo: come Antonio Scurati, tradizionalista inconfessato, come i critici letterari preoccupati da una generazione che non ha subito traumi, come Walter Siti che vince lo Strega con un romanzo in cui si dice fin dal titolo che resistere non serve a niente, perché i meccanismi mondiali non danno scampo, anche Pecoraro si è ritrovato senza volerlo dall’altra parte dell’emiciclo. Nei Principia, Descartes affermò che le cose naturali, in realtà, sono tutte artificiali. Facciamogli il verso: è già da un po’ di tempo che gli scrittori italiani di sinistra, in realtà, sono tutti di destra.
sabato 15 marzo 2014
Più al birichino che al metafisico
Sono le scene di sesso fra accademici (o fra aspiranti tali) la parte migliore del secondo romanzo di Gilda Policasto, Sotto (Fandango, 278 pagg., 19 euro). Il romanzo d’esordio, Il farmaco, era valso all’autrice l’inserimento nell’antologia di Andrea Cortellessa dedicata ai migliori scrittori degli “anni zero”, cioè del primo decennio del Duemila. A differenza del Farmaco, storia cupa ambientata in un ospedale, Sotto trabocca di un humour raffinato e irriverente (si pensi anche solo al titolo, altro che honni soi qui mal y pense), sicché sembra che con la sua ultima fatica Policastro abbia fatto pace con la sua essenza; un’essenza incline più al birichino che al metafisico, almeno a giudicare dai suoi post su facebook diventati, ormai, quasi un oggetto di culto.
Sotto è ambientato in una facoltà di lettere dominata da un “barone” vecchio e lubrico che porta il nome del re pazzo di Baviera, Ludwig. "Ludwig è un uomo di potere, e quel potere intende come fine, e al fine si tende con i mezzi, e i mezzi di un uomo e una donna sono gli organi sessuali". A imbattersi nel professorone sono due inquiete studiose. L’una, Camilla, è appena stata abbandonata dal compagno, Marco, che ha tagliato la corda lasciandola alle prese con una figlia piccola. L’altra, Alba, ha vinto il concorso di dottorato ma è senza “borsa”, cioè stipendio. Alba ha stipulato con il suo amico Francisco una lista di venti comandamenti, il “ventalogo”, che per esempio vieta di tirarsi i capelli o di mostrare un pezzetto di perizoma durante le riunioni di dipartimento. Tutt’e due attendono l’assunzione a tempo indeterminato e il miracolo che le trasformi ufficialmente in ricercatrici. Perché "è il concorso che ti chiama, non te che ci vai".
Corruzione, arbitrio, demente burocrazia che favorisce le mezze calzette: l’università di Policastro è grigiore attenuato dal sesso sadomasochistico, opacità mai riscattata dall’ambizione intellettuale. Sotto è un raffinato chick-lit per dottorande? Non esageriamo con la severità: Arbasino (le note che chiudono Fratelli d'Italia) echeggia in alcuni dialoghi molto buoni: "Dammi un bacio (con la faccia da teschio)". "No". Certo, a volte si ha l'impressione di leggere Lidia Ravera: "Ma non ci siamo nemmeno presentati, io sono Camilla aveva detto sorridendo coi denti bianchissimi, le lentiggini a tempestarle il naso come le stelline sui biscotti". Però, fra il Venerdì santo del Farmaco e il Giovedì grasso di Sotto, nessuno esiterebbe un istante. Meglio Sade e Klossowski, shakerati da Bridget Jones.
venerdì 28 febbraio 2014
In realtà, demoniache
Stephen Frears è l'uomo che è riuscito a farmi innamorare della regina d'Inghilterra; il che non toglie che il suo ultimo film, Philomena, abbia qualcosa di paralizzato. Per cominciare, il fatto che il protagonista maschile del film sia qualcuno che non può permettersi di biasimare le disumane suore cattoliche all'origine della "mostruosità" raccontata da Frears, perché egli stesso reprobo e "nel fango", impedisce il normale dispiegamento delle argomentazioni pro e contro. In secondo luogo, Frears manipola i rapporti fra comunità, ideologia e società. L'osmosi - e magari la connivenza e il rilancio - fra religione e società irlandese è neutralizzata: il ragazzo che mette incinta Philomena è un deus ex machina all'incontrario (causa il conflitto, invece di risolverlo), è semplicemente "bello", e il film non discute la sua successiva latitanza, quindi la sua correità con il crimine commesso dalle suore. Altrettanto introvabile la domanda che il regista avrebbe dovuto porsi, se cioè la sorte di una ragazza-madre irlandese negli anni Sessanta che non volesse rifugiarsi in un istituto religioso non fosse altrettanto, o più atroce, di quella subita dalla protagonista, il che aprirebbe la questione della solidarietà fra le suore e il contesto in cui operano, appena appena rivelata in un dialogo che si svolge in un pub, dove la barista spiffera tutto al giornalista aggiungendo però che lei "non è una pettegola". Più grave è che le suore siano per sineddoche "tutto" il cattolicesimo, senza eccezioni; quando sarebbe stato facile (ed è la norma nelle opere d'arte scevre da pregiudizi e interessate alla verità, che è sempre prismatica) introdurre figure umane anche fra le suore dell'istituto. Per esempio, quando una suora consegna a Philomena una foto del figlio, verosimilmente ella sa che presto verrà sottratto alla madre; eppure la consegna avviene a ciglio asciutto, senza il minimo coinvolgimento emotivo. E' verosimile, questo gelo? Anche la collaboratrice di colore poteva essere una figura eccentrica, e invece Frears ne ha fatto una specie di brutale questurino. Infine, nel corso del film non compare nessun argomentum ad hominem contro le suore: nessuno che dica loro: credete che le donne sterili alle quali vendete i bambini non abbiano avuto rapporti prematrimoniali? Perché vendete bambini solo ai ricchi? In tutto il film, non c'è nessuno che le accusi di avere frainteso fino alla devastazione il Vangelo; e di essere, in realtà, demoniache.
giovedì 8 agosto 2013
Nemmeno un frammento di giada
Niente getta luce sulla cosiddetta “egemonia culturale della sinistra” quanto i resoconti dei viaggi effettuati nei paesi del socialismo reale dagli intellettuali progressisti più influenti. Vengono a galla le ambiguità, l’arte sopraffina di svicolare, la capacità di ficcarsi nei peggiori vicoli ciechi pur di non vedere “la lettera rubata”, il problema macroscopico sotto gli occhi di tutti. Da questo punto di vista, l’estate del 2013 permette alcuni eccellenti esercizi di memoria, perché è un’estate cinese: tornano nelle librerie due opere di Alberto Moravia e Giorgio Manganelli dedicate al Celeste Impero. Del primo Bompiani riedita, per le cure di Luca Clerici, lo scritto del 1967, La rivoluzione culturale in Cina ovvero il Convitato di pietra (LXX-199 pagg., 10 euro). Corredato da undici, orribili fotografie scattate dalla compagna Dacia Maraini, vera analfabeta dell’immagine, allora probabilmente convinta che solo la bruttezza avrebbe salvato il mondo, il volume ebbe una seconda giovinezza qualche anno dopo, presso Garzanti. Di Manganelli, invece, Salvatore Silvano Nigro ha curato con mano fermissima un’edizione di Cina ed altri orienti (Adelphi, 346 pagg., 22 euro) grande il doppio rispetto alla precedente edizione del 1974 e comprensiva, oltre che di Cina, Filippine e Malesia, anche di pagine straordinarie sul Medio Oriente, scritte in un’epoca in cui gli americani ancora non ne avevano fatto il loro oggetto persecutorio avendo a disposizione, per quello scopo, il morente blocco comunista. In quegli anni la Cina andava di moda: anche Antonioni aveva girato un documentario in Cina (incredibile la sequenza del parto cesareo effettuato senza anestesia, con l’agopuntura), mentre il film di Bellocchio La Cina è vicina, storia di un miliardario che si candida per il partito socialista, è un contributo di segno opposto, uno sberleffo - ancora oggi molto divertente - al radicalismo politico che imperversava allora in Italia e in tutt’Europa.
La genesi dei volumi è diversa. Moravia, che già era stato in Cina nel 1937 saltando su un battello cromato pieno di fissati per i night-clubs di Shangai, torna a viaggiarvi assieme alla Maraini nel 1967, come inviato del "Corriere della Sera". Da qualche mese impazza la famigerata Rivoluzione culturale, il colpo di coda con cui un Mao senile, mobilitando migliaia di studenti e trasformandoli nelle fanatiche guardie rosse, mette alle corde la frangia moderata del Partito, che lo aveva estromesso dal potere. La “missione” è quasi impossibile: riuscire a scrivere della Cina senza pestare i calli filocinesi dei suoi amici maoisti (a cominciare da Godard; ma non bisogna dimenticare i simpatizzanti del “Manifesto”) né quelli, borghesi, dei lettori del "Corriere". Quanto a Manganelli, apparentemente giunge in Cina nel 1974, corpo estraneo in un aeroplano di cumenda; “Non so bene se sono nato professore, o se avevo i segni nella mano di un esploratore andato a male”, si chiede. In realtà, è caduto nella trappola tesa dal suo psicanalista, Bernhard, il quale aveva pregato il celebre archeologo e indianista Giuseppe Tucci, direttore dell’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente, di fare in modo che Manganelli viaggiasse, ritenendolo l’unico sistema per guarirlo dalla nevrosi. Diversa è anche la preparazione al viaggio. Se Moravia è un lettore onnivoro e sapiente, ma anche capace, per eccesso di metabolismo, di mancare del tutto l’oggetto, Manganelli da buon professore di università sa cosa vuol dire immergersi in una materia e comprenderla attraverso una bibliografia.
Una volta atterrati, però, né Moravia né Manganelli possono o vogliono dire che la Cina comunista è uno stato totalitario in cui l’uguaglianza, la medicina politica più difficile da dosare, viene iniettata in dosi massicce nella società finché essa non si dissolve. Del resto, prendete una qualsiasi delle virtù più specchiate, per esempio la giustizia, la carità, la libertà; isolatela da tutte le altre, e rendetela onnipotente: e avrete una serie ordinata di regimi grotteschi o feroci, di stati dai quali fuggire a gambe levate. Come girare intorno a questa enorme, ingombrante verità? Come far accettare che settecento milioni di cinesi parlino alla stessa maniera, che l’onnipresente immagine di Mao faccia impallidire il più sinistro dei Grandi Fratelli, che l’uguaglianza superi la barriera delle mutande (uomini e donne vestono allo stesso modo, la società cinese è forzosamente asessuata: “mai, durante il mio viaggio in Cina, ho visto una coppia tenersi per mano”, scriverà Manganelli)? Semplice: evocando il sogno chic e tedioso di un’esistenza ridotta all’osso. E’ come se Moravia volesse competere con La scimmia nuda di Desmond Morris, volume pubblicato nella sua stessa collana Bompiani (“Cose d’oggi”), proponendo un’antropologia altenativa. Sorto con il Cinismo (Diogene cercava “l’uomo naturale”, cioè privo delle deformazioni prodotte su di lui dalla cultura), tornato a furoreggiare durante il Medioevo pauperistico, rispuntato in Età moderna fra le esotiche piume del buon selvaggio e oggi dilagante nelle pieghe dell’ideologia ecologica o anticonsumista, il mito di un essere che rigetta il superfluo viene ripreso da Moravia e applicato al modello cinese. “L’uomo nasce sfornito di tutto. Ora, il necessario per diventare uomo sta nei limiti della povertà. Al di là di questo limite comincia la ricchezza, cioè la superfluità; una condizione anormale, perciò disumana”. Il gioco è fatto: il Grande Timoniere non sarebbe un tiranno, ma un moralizzatore che con le buone o le cattive costringe l’uomo ad essere se stesso. Se per Madame de Staël Napoleone era un Robespierre a cavallo, per Moravia Mao è un Diogene uscito dalla botte ed entrato con lo scettro nella stanza dei bottoni. Solo negli anni ’80 l’antropologia filosofica si sbarazzerà di questo pericolosisismo equivoco dimostrando che la civiltà non è basata sulla necessità (e sull’”invenzione” che dovrebbe esserne il “rimedio”, come sosteneva Democrito), ma sul lusso: altrimenti non si spiegherebbe come mai l’uomo, dopo aver inventato le capanne e scoperto il fuoco, raggiunti gli altri animali ben dotati dal titano Epimeteo, invece di darsi pace inventi i grattecieli e il termosifone. Chissà che non sia proprio questa ricerca dell’uomo nella sua essenzialità, non il fastidio per il cattivo gusto o lo sfruttamento, a muovere l’indignazione di una Boldrini verso il baraccone di Miss Italia... Diogene cinico, lui, non lo aveva compreso: aveva scambiato la causa principale, cioè il desiderio di lusso, per una degenerazione del rimedio... Ora, è possibile un cinismo di stato? Uno stato, cioè, che imponga a tutti di fare a meno del superfluo? Non lo sappiamo, ma è questo che Moravia cerca di distillare nella Cina di Mao, sebbene alla tesi classica di un progresso dell’umanità nato dal bisogno Moravia non creda fino in fondo, essendo anche borghesemente convinto che la civiltà non sia basata sul bisogno, ma sul lusso e lo sperpero. E’ questa la scandalosa verità che fa orrore ai moralisti di ogni tempo e che Moravia ha il coraggio di piazzare nel sottotitolo, e poi di adombrare nell’ultimo capitolo. Mao è il “convitato di pietra”, pronto a trascinare all’inferno l’autore degli Indifferenti colpevole di aver cenato a base di raffinatissima anatra; un Moravia-Don Giovanni che mozartianamente non vuole pentirsi di nulla, e men che meno dei suoi “vizi” borghesi. Finalmente, la Rivoluzione culturale si rivela per ciò che è: una rivoluzione anticulturale, cioè oscurantista. E il fatto che la Maraini, quella sera, avesse rifiutato l’anatra (“Da’ qui, mangerò io per te, la mia parte e la tua”, le dice Moravia) spiega perché lei scattasse foto così brutte, e lui scrivesse romanzi così buoni.
Anche Manganelli subisce il fascino perverso dell’omogeneità: “Io non so mai con chi parlo, forse è un ministro, forse un cameriere.” Con ragionamento capzioso, le uniche uniformi sarebbero quelle occidentali: “Da noi, quello si veste da avvocato, quello è un professore”. Ragionamento da gesuita: perché la obbligatoria giubba blu del contadino cinese non prelude alla infinita diversità delle indoli, tutte da scoprire sotto il velame, ma, attraverso una simmetria fra esterno e interno, a una obbligatoria uniformità mentale e culturale. Gli “assistenti”, poi, cioè le guardie rosse che impediscono ai visitatori di uscire dal gruppo, non li sorvegliano: li custodiscono. L’ossessione delle guide per l’orologio è una conseguenza dell’etichetta (“talora un nostro assistente sembrava angosciato dalla nostra approssimativa puntualità”), non un mezzo per neutralizzare il rischio di un contatto con la società cinese. Ma poi, pagato un tributo allo Spirito del tempo e incapsulato con una mossa da prestigiatore il “mostro” politico in un’antonomasia - per Manganelli i cinesi sono, beffardamente, “gli Uguali”: e il lettore avverte che dietro quella formula c’è qualcosa che assomiglia al sarcasmo, e forse a una denuncia - ci si può dedicare alla Cina immemoriale dei draghi araldici, delle concubine suicidate, degli ideogrammi incomprensibili e terrificanti. Del resto in Europa l’Oriente è sempre stato il luogo della ricchezza, dello sfarzo, della vastità; un mito generatosi nel mondo antico e poi confermatosi nel Medioevo, fra il IX eil X secolo, quando gli europei erano quattro gatti terrorizzati rinchiusi nelle certose, mentre l’Impero bizantino era composto da milioni di uomini che vivevano in nazioni tutte d’oro. Questo Oriente, Moravia lo nega, e forse lo uccide. Manganelli, invece, non se ne lascia scappare nemmeno un frammento di giada. Per l’autore di Hilarotragoedia la Cina non è il regno della naturalezza, come per Moravia: è il regno dell’artificio e rassomiglia al Settecento francese. Moravia è ancora un umanista, e crede che il politico sia o possa essere uno strumento di elevazione dell’umanità. Mentre Manganelli, che pure alla fine della Seconda guerra mondiale rischiò di essere fucilato dai tedeschi, è abbastanza scettico sul destino dell’uomo e probabilmente sospetta che Mao sia una schiuma sul mare della Storia. Meglio dare prova della sua sublime, inimitabile arte umoristica. Nel Palazzo d’Estate “solo l’acqua del lago era vera”. La Grande Muraglia? “Niente di più lontano dalla Maginot”. Per tacere delle pagine sulla cucina cinese, che satireggiano le rodomontate del regime: “Tortelli fritti si rivelano involtini di carne, sembra cioccolata ed è soia, ci sono pesci molli e di scura tinta che simulano il maiale.” Un pasto di cento portate “non è una spacconata”; compaiono le “sinuose e viscide oloturie”, poi i cibi composti di “secrezioni animali” mentre l’anitra laccata alla pechinese, che “prevede una cottura dall’interno dell’animale, rasenta il vilipendio di cadavere”. Il pasto si chiude con una “capigliatura d’alghe”: antifrasi derisoria, chissà quanto ricercata, di Mao, ennesimo dittatore dalla fronte completamente calva.
Resta da aggiungere, che per Moravia e Manganelli la Cina si accomoda a diventare una metafora della loro scrittura. Per l’autore di Agostino il Celeste Impero è un analogon della sua prosa classicistica, nel senso in cui intendeva il “classico” il Valéry lettore di Bossuet: fare un uso infinito, e sublime, di mezzi finiti, cioè tirar giù una prosa dalla qualità inarrivabile (leggere Moravia dà i brividi) servendosi di un lessico di tremila parole, spesso in questo modo superando nel risultato l’altra musa allora in gara per il titolo di maggiore scrittore italiano, Gadda, al quale non ne bastavano trecentomila. Se la Cina di Moravia è lo specchio della sua prosa piana e fintamente “omologata”, quella di Manganelli sarà ovviamente increspata, barocca e ultrametafisica.
venerdì 12 luglio 2013
Astenersi critici
E’ già, di per sé, una dichiarazione di intenti l’immagine che il critico letterario Domenico Calcaterra ruba a Balzac per dare il titolo alla sua raccolta di approfondite recensioni, Niente stoffe leggere, Meligrana Editore – Priamo 2013: la critica, dice il personaggio di Lousteau nelle Illusioni perdute, “non è una spazzola che si può usare sulle stoffe leggere, o si porterebbe via tutto”. Un’affermazione che conduce a due generi di riflessione, l’una statistica, l’altra concettuale. Ci si potrebbe infatti chiedere quante opere di narrativa, oggi, resisterebbero a una simile spazzola; domanda retorica: anche ammesso che alcuni romanzi meritino l’attenzione del critico, pochissimi resisterebbero. Volendo prolungare con effetti comici la metafora tessile (fra tessuti e testi esistono chiare parentele etimologiche), si potrebbe immaginare sui romanzi un’etichetta del tipo di quelle che vengono cucite sugli abiti, e che vietano di volta in volta il candeggio, la centrifuga e così via. Potrebbe essere lo stesso autore, perché no, a pregare il critico di tenersi alla larga dal suo romanzo, perché opera costituzionalmente inadatta a letture analitiche, che “lo rovinerebbero”. Astenersi critici… Del resto, così come non si chiede la carta di identità ad un topo, così non si dovrebbe pretendere contezza di sé agli scrittori che non desiderano partecipare al great game del canone, o della storia della letteratura.
La seconda riflessione tocca lo stile interpretativo di Calcaterra, legato ad una visione della critica di tipo parzialmente provocatorio. Non si tratterebbe, cioè, di “ridire” l’opera, ma di sottoporla a un test che potrebbe anche avere aspetti leggermente aggressivi: proprio come alcuni periodici, per recensire una nuova autovettura, la sottopongono a una serie di stress. Operazione della quale, beninteso, si avvantaggia l’utente finale, sia esso un automobilista o un lettore. Questo non significa che Calcaterra non sia in grado di distillare l’essenza di un autore, al contrario: si potrebbe invece affermare che solo il testo che ha superato la prova della robustezza merita il passo successivo, quello che implica una certa specularità fra romanzo e recensione. E quanto alla specularità: quando, a proposito di Claudio Morandini, Calcaterra scrive che l’autore di A gran giornate “giuoca, a carte scoperte, in minore, il gioco dell’allegoria contemporanea d’una umanità spaventata, dove il terrore ontologico viene esorcizzato (anch’esso il più antico e letterario dei rimedi) con l’anestetizzante placebo d’un registro comico che deborda a tratti nell’assurdo, arpeggiando l’allegra profezia dell’irrimediabile dipartita di ciascuno e dello scongiurabile (non sappiamo ancora per quanto) sfasciarsi della sintassi del mondo”; be’, non c’è dubbio che qui Calcaterra rivela le abilità che distinguono il critico di vaglia dal dilettante o dall’apprendista stregone. La stessa pertinenza e perspicacia critica rivelano le pagine destinate al Trevi, straordinario, di Qualcosa di scritto, e a molti altri autori recensiti. Ma non vorrei fare a Calcaterra ciò che lui ha fatto, in questo volume, a Baldacci e ad altri critici (Serra, Borgese, Onofri…), preferendo soffermarmi su un paio di punti che mi sembrano caratterizzanti, e che mi spingono a vedere nelle pagine di Niente stoffe leggere un’aria di famiglia. Per cominciare, la predilezione per lo “stile del saggio” e il fastidio verso gli eccessi metodologici che hanno dominato nella stagione dello Strutturalismo e della Semiologia. Calcaterra, che si è addottorato in Letteratura Italiana presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Sassari e ha all’attivo una monografia su Consolo, è metodologicamente agnostico. “Qualcuno”, scrive Calcaterra”, ha voluto ridurre il Montale sentimentale di Ficara a nulla più che un attraversamento anti-filologico e mimetico-impressionistico, accostandolo, per strategia argomentativa, all’ibrido esperimento saggistico-narrativo (peraltro riuscito) tentato da Emanuele Trevi con l’ultimo Pasolini di Petrolio, nel segno di una presunta corruzione di consolidati canoni di accertamento critico, come se ne esistessero poi di imprescindibili e fissati una volta per tutte”(corsivo mio). A un simile scetticismo dà man forte anche un critico come Baldacci: “E già il solo tirare in ballo il concetto di verità basta per comprendere la sua radicale avversione per il colossale equivoco della letteratura ridotta a scienza e, di conseguenza, dell’accertamento critico destituito di valore e tutto basato sull’indiscriminato ricorso a un metodo, come quello sociologico-strutturalista, d’universale applicazione; quando piuttosto il critico, dovendo essere, come voleva il Fortini di Verifica dei poteri, «il diverso dallo specialista», dallo scienziato delle lettere, deve riuscire, sempre muovendo da una precisa occasione, a «parlare di tutto», potersi muovere in libertà nello specchio di continuata e reciproca rifrazione tra letteratura e vita.” Si può discutere una disinvoltura teorica che, lasciando le mani libere al critico, ne indebolisce la pretesa di universalità; eppure le cose migliori uscite negli ultimi vent’anni sono nate dalla penna di straordinari saggisti; basterebbe fare i nomi di Steiner o di Bloom, per esempio. Aggiungerei che il termine di “autobiografia”, che ricorre spesso in questa raccolta, soprattutto nella sua matrice storico-sociologica, cioè gobettiana, è un contrappeso al concetto cartesiano di metodo. La storia personale (anche la storia personale della nazione) tiene luogo ed è più affidabile del “pezzo di carta”, sempre falsificabile, e delle credenziali, sempre dubbie. Questa era anche la convinzione di Sciascia. Ma il discorso porterebbe lontano, e costringerebbe a riaprire il dossier di quella Dialettica dell’Illuminismo che Calcaterra, peraltro, discute in alcune pagine di Niente stoffe leggere.
L’altro aspetto rilevante è che le letture di Calcaterra, in parte, rettificano lo scavalcamento teorico della prefazione avanzando una tesi organica sullo scrivere: secondo l’autore, la letteratura che incide di più è quella che non parte dalla realtà, né la imita, né vuole redimerla, ma se ne allontana nel modo più deciso. Giocando con una celebre coppia di termini, si può dire che la letteratura che ha Wirklichkeit (realtà intesa come effettualità) è quella che si disinteressa della Realitaet (realtà intesa come orizzonte passivo del dato). La (trattenuta) stroncatura del pamphlet di Shield Fame di realtà, e soprattutto l’irresistibile recensione di un libro addirittura di Gene Gnocchi (a proposito del quale, leggendo Calcaterra, si ha l’impressione di essere di fronte ad un nuovo Diario minimo, che avrebbe meritato maggiore attenzione) sono eloquenti: il luogo comune della "fine della storia", che dell’ossessione realista è un derivato, ridotto ormai a cascame, dovrebbe suscitare solo parodie come quella di Gene Gnocchi, non saggi filosofici o digressioni sull’esaurimento del genere romanzo. Scrive Calcaterra: “Trovo più che mai auspicabile il ritorno a una letteratura, una narrativa che non sia immediatamente rivolta al racconto in presa diretta della realtà. E reputo oltremodo necessari e preziosi libri (e dunque autori) che conservino oggi il coraggio intellettuale di andare, in tempi di facile e scontato iper-realismo, tanto nella lingua quanto nella scelta delle cose da raccontare, controcorrente.” Sono parole, peraltro lusinghiere, destinate al sottoscritto, ma vorrei che fossero considerate come una preziosa indicazione valida per tutti, una bussola utile a non perdersi nelle trappole, in genere demagogiche, di cui è costellato il cammino dello scrittore.
lunedì 17 giugno 2013
Nemmeno i banditi
C'è un Paese dove esiste un'associazione di Amici della Domenica, i cui statuti non contemplano la virtù della trasparenza, ma che è rispettata, e che ogni anno assegna a uno scrittore un premio, il premio Strega. In passato la struttura dell'associazione era, dal punto di vista della teoria dei governi, dispotico-illuminata, come i regni di Federico II di Prussia, Maria Teresa d'Austria o Caterina di Russia: gli Amici sceglievano chi volevano loro, ma lo facevano nell'interesse dei lettori, per cui di solito premiavano grandi autori. Di un regime costituzionale, nemmeno a parlarne; però la cornice paternalistica veniva parzialmente riscattata dalla condivisibilità della scelta.
Un brutto giorno, l'associazione divenne dispotico-arbitraria: come i Borbone di Napoli, i peggiori zar o il Sultano della Sublime Porta. Oltre a scegliere senza dover render conto a nessuno, gli Amici cominciarono a selezionare i vincitori in base a un solo criterio: quello dell'interesse. Il loro, non quello dei lettori. Premiando opere scadenti, insignificanti o brutte.
Da allora, gli autori "rispettabili" fanno le mostre di disprezzare lo Strega. Peccato lo facciano finché non vengono invitati a partecipare al premio. In questo caso, si comportano come si comportò il Papa quando ricevette un invito da Pinochet: invece di rifiutare, come farebbe istintivamente chiunque ("io non stringo la mano a certa gente") sviluppano il seguente argomento: "Se mi ha invitato, è perché vorrebbe cambiare; anzi, perché sta già cambiando; ma che dico: perché è già cambiato. Altrimenti non avrebbe invitato una persona onesta come me!"
Quando comincia la gara, aihmè, l'autore fiuta l'aria che tira e comprende subito che ha preso un abbaglio: il Sultano non è cambiato, non sta cambiando e probabilmente, anche se va in giro a dire il contrario ai giornalisti, nemmeno vuole cambiare.
A questo punto l'autore, preso in contropiede, non se ne va sbattendo la porta, no: piuttosto rimane e sviluppa in tutta fretta un secondo argomento auto-assolutorio; un argomento, per così dire, di scorta: ipotizza che il "sistema", quantunque scellerato, per una volta possa generare un risultato onesto. Sì, i miei giudici sono corrotti, ma stavolta gli interessi dei lettori, quelli degli Amici e quelli delle case editrici sono gli stessi, e quindi... La mia vittoria, direbbe la logica medievale, è formaliter impresentabile, ma materialiter pulita. Anche Mefistofele, nel Faust, ammette qualcosa del genere. Hitler ha sconfitto la disoccupazione, Mussolini faceva arrivare in orario i treni: perché gli Amici della Domenica non potrebbero premiare me?
Quando perde - e questo tipo di scrittore perde sempre - l'autore "rispettabile" corre di nuovo ai ripari e brandisce un terzo argomento: "Qualcuno (cioè qualcuno dei delinquenti che speravo nel frattempo si fossero redenti: di solito gli editori che lo hanno convinto a partecipare a quel gioco al massacro con contentini che è lo Strega) non ha mantenuto la parola". Egli non cerca più di scagionare gli Amici, come all'inizio. Non prova nemmeno a scagionare se stesso. Cosa può fare, se non aggrapparsi all'origine immemoriale del diritto? Pacta sunt servanda. E ha ragione, anche se si tratta di una ragione residuale, a protestare: infatti, come scriveva Leibniz nei Nouveaux essais, anche i banditi hanno delle regole, e di solito le rispettano. Leibniz, che è stato fortunato: perché non ha avuto l'occasione di conoscere l'Italia di oggi; dove le regole non le rispettano nemmeno i banditi. E questo potrebbe essere un quarto - e per fortuna ultimo - argomento.
domenica 30 dicembre 2012
Il giorno di Natale
Il giorno di Natale Claudio Morandini ha pubblicato sul suo blog Iperboli, ellissi un'acuta recensione della Gallina. Di Morandini, dopo essermi occupato sul Giornale dello straordinario A Gran giornate (La linea, 2012), sto leggendo ora l'altrettanto notevole Rapsodia su un solo tema (Manni, 2010). Si tratta, semplicemente, di grandi romanzi, che solo il filisteismo e la diffusa pochezza culturale patri destinano ad un pubblico di happy few.
Copio qui il testo della recensione, ma tutti sono invitati a visitare il sito originale, che contiene altre pagine critiche di (e su) Morandini:
http://ombrelarve.blogspot.it/
Copio qui il testo della recensione, ma tutti sono invitati a visitare il sito originale, che contiene altre pagine critiche di (e su) Morandini:
http://ombrelarve.blogspot.it/
martedì 25 dicembre 2012
Letture: Fabrizio Ottaviani, "La gallina"
Di Claudio Morandini
Come in un film di Buñuel, o in una pièce di Ionesco, i
quattro protagonisti de “La gallina”, il vivace e originale romanzo di Fabrizio
Ottaviani pubblicato da Marsilio nel 2011, restano prigionieri di una
situazione paradossale e vischiosa, nell’appartamento di lusso al settimo piano
in cui si svolgono quasi tutte le scene.
Un giorno una vecchia misteriosa consegna una gallina (una
strana gallina, dalle lunghe e robuste zampe da rapace, dall’intestino
indomabile, dal puzzo intrattabile). Il maggiordomo crede che sia un’eccentricità
della padrona di casa, Elena De Giorgi, o del marito, Massimiliano, non rifiuta
la gallina, aspetta ordini. Da quel momento la bestia si aggirerà per le sale
dell’appartamento come un ingombrante, corporalissimo spettro, anche spaventoso
quando agita le ali e tenta brevi voli, e condizionerà le vite dei
protagonisti, portando in superficie conflitti latenti, agendo insomma come
elemento scatenante. Cercheranno di sbarazzarsene, invano. Cuoca (Irene) e
maggiordomo (Adelmo) ricorreranno ai più vari espedienti, fallendo sempre, mentre la
loro rivalità si accentua, e il fallimento dell’uno diventa occasione di
rivalsa per l’altro. Dubbi, debolezze, ripicche e incomprensioni condiscono
anche la relazione tra i due padroni di casa. In mezzo a tutto questo, si manifesta
la gallina, ostinata, incomprensibile come la proibizione a uscire dalla stanza
dell’”Angelo sterminatore” di Buñuel, o il moltiplicarsi di sedie o
l’ingigantirsi di un cadavere ne “Le sedie” e “Amedeo o come sbarazzarsene” di
Ionesco (ma mi è venuta in mente anche la “scimia” de “Le due zittelle”
landolfiane).
Nella seconda parte del romanzo la presenza della gallina
avrà conseguenze nefaste, tragiche, secondo un ben orchestrato crescendo,
quando diventerà oggetto di trame da parte di finti amici e veri rivali dei coniugi
De Giorgi, pronti a sfruttare l’ospite sgradito e le rivalità dei due domestici
per sbalzare Massimiliano e Elena dai loro posti di potere. Qui gli spazi si
ampliano, arrivano a cogliere grattacieli dall’architettura imponente ma traballante,
strade trafficate, tribunali ospitati in edifici incongrui, il tutto in
un’atmosfera di caos imminente, di prossimo tracollo. Intanto però qualcosa
continua a ricordarci che lassù, nell’elegante appartamento anche un po’ kitsch
al settimo piano, continua a razzolare la gallina da cui tutto è partito.
Ne “La gallina”, la comicità di molte situazioni nasce
dall’incongruo di una bestia produttrice indefessa di escrementi e piume e
puzza in un contesto di almeno apparente impeccabilità; dall’inadeguatezza dei
sistemi nell’affrontare il problema; dalla compostezza recitata anche nei
momenti più agitati dai ben educati personaggi; dalla decelerazione delle
reazioni mentali, dal ragionare ossessivo, dalla vivacità al rallentatore delle
scene, rese quasi oniriche da uno stile narrativo fuori dal tempo, attento ai minimi
dettagli, amante delle ricercatezze, con effetto talvolta raggelante; dal
grottesco di carattere teatrale di certi momenti (l’arrivo delle amiche della
signora, la lunga, stralunata scena con la guardia medica, la scena degradante in
tribunale, il consiglio di amministrazione all’ultimo piano di un grattacielo
pericolosamente oscillante al vento, la veglia funebre colta attraverso gli
occhi e le orecchie della gallina accovacciata nella bara); dallo
smascheramento e capovolgimento delle più rassicuranti convenzioni sociali e
familiari. Tutto questo, oltre che comico, suona anche francamente angoscioso,
certo.
Chi è la vecchia che ha consegnato la gallina, e a quale scopo?
Questa domanda, che attraversa ancora i primi capitoli, verrà quasi
dimenticata, per effetto dell’emergenza data dalla presenza della gallina.
Tornerà verso la fine, senza trovare risposta, o meglio trovandone parecchie,
tutte possibili ma insoddisfacenti. Il mistero, per fortuna, rimane, infilato in
un finale parzialmente lieto, sorprendente ma del tutto coerente.
venerdì 28 dicembre 2012
La forma del fuoco
"E feci quello che ho sempre fatto in questi casi: me ne andai di testa..." Ultimo rampollo di una dinastia nata con il Tristram Shandy di Sterne, anche Giuseppe, il protagonista del romanzo d'esordio di Christian Raimo Il peso della grazia (Einaudi, 455 pagg., 21 euro) è incapace di concentrarsi per più di pochi istanti su una singola cosa. Non sa chiudere un discorso, liberarsi di uno scocciatore, mettere il punto a un capitolo della sua esistenza. Persino quando osserva gli oggetti più banali tende a “sfondarli”, a tuffarsi nella loro essenza fatta di elettroni e di forze elementari, e questo non solo per deformazione professionale (ha ricevuto un finanziamento dall’università per una ricerca che ha lo scopo di stabilire, più o meno, quale sia la forma del fuoco). Il problema è che il lavoro che svolge in laboratorio è lo stesso che lo strema nella vita quotidiana: trovare un sistema per domare la sfiancante complessità del mondo.
Provate anche voi a mettere d’accordo un amico polacco con la tendenza all'autolesionismo; un padre che vive in una masseria, in Puglia; una fidanzata oculista conosciuta al pronto soccorso e abbastanza colta da stenderlo con la lista completa dei ciechi famosi (Omero, Milton, Borges...), prima di accettare una corte talmente svagata da funzionare alla perfezione. E poi, sullo sfondo, una fede frutto di letture non esattamente parrocchiali (Karl Rahner, Pierre Duhem, Jean-Luc Marion) cresciuta sotto un cielo romano di precariato che però miracolosamente non impedisce lo sviluppo di una bella storia d’amore, con tanto di misteriosa “sparizione” e un happy ending che ammicca alla commedia americana...
La vita a n-dimensioni di Giuseppe è una sorta di Vita agra 2.0: mille piani esistenziali che interferiscono, producono smottamenti e piccoli terremoti, si negano l’un l’altro (a cominciare dallo scontro fra fede e scienza) o si sostengono a vicenda senza mai pretendere il conto. La questione, allora, non è chiedersi se Il peso della grazia sia un romanzo riuscito o un coacervo disorganico che mette troppa carne al fuoco. Prima, bisognerebbe domandarsi quanto la nostra trafelata vita assomigli a quella di Giuseppe; e poi, se la forma classica del romanzo, con la sua pitagorica “normalità”, sia ancora in grado di raccontarla senza perdere un briciolo della sua cristallina o arborea eleganza.
domenica 9 dicembre 2012
Imprecisato ruscello
Comincio a chiedermi se qualcuno si è accorto che la regia di Claus Guth, molto fischiata, del Lohengrin milanese evoca non già un imprecisato "ruscello", come afferma Paolo Isotta sul Corriere della sera, ma il death by water nelle paludi dello Starnbergersee immortalate da Visconti nella sequenza finale di Ludwig; per cui il tremore di Lohengrin non sarà dovuto ad un Parkinson, come pure si è letto in questi giorni sulla stampa nazionale, semmai ad un ricercato (quantunque, fino a prova contraria, balordo: perché non risulta che il duca di Baviera volesse essere amato senza rivelare la sua origine) parallelismo con il nevrotico finanziatore del teatro di Bayreuth.
martedì 9 ottobre 2012
Cuore di latta
Negli ultimi anni Sebastiano Vassalli ha pubblicato volumi generalmente ottimi, dove le vicende più varie diventano uno strumento perfetto - quasi un megafono - nelle mani del severo moralista che lo scrittore della Chimera è e vuole essere. Una severità che traspare persino dai risvolti di copertina, nei quali immancabilmente compare la formula (a dire il vero leggermente comica) “Per volontà dell’autore questo romanzo non partecipa a premi letterari”. Dell'autore: nel caso a qualcuno venisse il sospetto che non vi partecipi per volontà dell’editore, o magari dei giurati... In realtà, l’estraneità di Vassalli a certa cattiva società letteraria è una conseguenza del suo fastidio verso il nostro tempo, come rivela la fiaba atipica di Comprare il sole (Einaudi, 180 pagg, 18 euro).
Il personaggio principale del romanzo, Nadia Motta, vive in un mondo infestato dalle virgolette. Studentessa di psicologia, Nadia ogni tanto va “a dare un esame”, si paga gli studi facendo la “baby sitter”, apprezza la stagione (felice su tutte, chiosa sarcastico Vassalli) dei “saldi”. Poi, un giorno, acquista un biglietto della lotteria e vince ventisei milioni di euro. Avere in tasca una somma simile le consente di liberarsi in un batter d'occhio del fidanzato (che lei chiama “il mio babbeo”) e della madre troppo invadente, una femminista storica tutta gonne lunghe e scialli di lana. Dopodiché, piena di quattrini, Nadia può felicemente incamminarsi verso il suo paradiso personale: un gigantesco outlet, variante postmoderna del mito novecentista dei grandi magazzini. “Perché i soldi non danno la felicità, ma tutto il resto sì”. Ancora qualche settimana e un suo amico professore, dopo averle spiegato che non basta avere un conto in banca a sei zeri per essere considerati ricchi, le presenterà un avvocato il quale saprà investire l'inattesa fortuna in alcune società offshore, con i risultati che si possono immaginare.
Favola atipica, si diceva, e non solo per l’argomento. Il fatto è che nella nostra cultura, per complesse ragioni cattoliche, marxiste o wagneriane, siamo convinti che il denaro uccida l'amore e che la ricchezza, la ricchezza vera, sia incompatibile con la spontaneità di ogni sentimento. Ma Nadia aveva il cuore di latta anche quando era povera e quindi, a parte un po' di virgolette, dalla vincita alla lotteria non ha nulla da perdere. Che Vassalli, con la consueta spietatezza, stia avvertendoci che ormai è troppo tardi per tutto, anche per approfittare della nostra mancanza di umanità?
domenica 23 settembre 2012
Del maggiore scrittore italiano
Nel 2008, in occasione del centenario della nascita di Claude Lévi-Strauss, Alberto Arbasino tornò a viaggiare nei luoghi di Tristi tropici, lo straordinario diario amazzonico con il quale nel 1955 il grande antropologo francese rischiò di vincere il premio Goncourt. Di questo viaggio si pubblica oggi il resoconto (Pensieri selvaggi a Buenos Aires, Adelphi, 125 pagg., 10 euro). Notoriamente impermeabile alle suggestioni primitiviste o terzomondiste, e dunque refrattario alla fascinazione etnologica o radical chic per gli indigeni delle foreste sudamericane, Arbasino accantona subito il relativismo di Lévi-Strauss a vantaggio di un orgoglioso cosmopolitismo di marca occidentale. Tutto riconduce all’Europa: il Palazzo del Governo di Lima e la cattedrale di Buenos Aires rinviano rispettivamente a una centrale nucleare e a una stazione parigina, mentre “Il complesso di Santa Rosa a Lima, a Lima appare molto più trafficato del popolare corso Buenos Aires a Milano al culmine delle liquidazioni”. Quanto a Santa Rosa, impossibile non farle evocare i facchini che a Viterbo, una volta l’anno, trasportano per i vicoli della città una "macchina che pesa cinque tonnellate". Legioni di lettori si sono sentite infastidite da questa folle corsa al rimando, qui persino più accentuata del solito. Non hanno tutti i torti, certo; ma neanche tutte le ragioni. Due, infatti, sono i modi in cui i grandi scrittori maturano e invecchiano: radicalizzando il loro atteggiamento fino a diventare impervi (è il caso, per esempio, di Joyce) oppure raggiungendo un’impressionante, ma umana maestria (ed è il caso, oggi, di Philip Roth). Perché mai si dovrebbe negare ad Arbasino il diritto di ricadere nella prima categoria? In fondo, stiamo parlando del maggiore scrittore italiano. Agli ultimi riottosi, allora, a coloro che dell’autore di Fratelli d’Italia detestano le articolesse comparse su Repubblica o i "pizzini" inviati al Corriere, vorremmo dare un piccolo suggerimento: di sfogliare con attenzione le pagine finali di Pensieri selvaggi a Buenos Aires. Contengono una splendida intervista di Arbasino a Borges, risalente al 1977. Vi si discetta di realismo e di immaginazione, e lo si fa con profondità, competenza e un pizzico di birichineria. E forse, con un po’ di ottimismo si potrebbe osservare che tante noiose polemiche sul realismo non ci sarebbero state, se avessimo per tempo dato retta alle parole di Borges.
lunedì 10 settembre 2012
Mai sotto Čechov
L'escursione dovrebbe durare circa due ore, ma a giudicare dagli sguardi dei partecipanti sono in pochi a crederci; anche perché è notte fonda e ha piovuto tutto il pomeriggio. Al campo base ci sottopongono ad un briefing; poi, dopo averci consegnato un lungo bastone dalla punta luminosa, che dovrebbe impedirci di precipitare in qualche burrone, si parte. All'inizio la pendenza è appena percettibile, ma ben presto la passeggiata diventa una scalata di terzo grado. Si inciampa nella brughiera, si scivola sulle pietre bagnate. Ma quando finalmente si arriva in cima all' "Arthur seat", lo sperone roccioso che domina Edimburgo, si riconosce che ne valeva la pena: avere la città ai piedi ripaga della fatica e dell'incipiente raffreddore. Mentre godiamo il panorama, nell'aria gelata si diffonde una musichetta proveniente dai nostri buffi bastoni laser, ognuno dei quali contiene un microchip che ha memorizzato ogni movimento e lo trasforma in suono.
Nella capitale della Scozia l'estate del 2012 sarà ricordata probabilmente per lo Speed of Light, un po' scampagnata notturna e un po' puttanata new age. Quello che non si vede dall' "Arthur Seat" è che nel mese di agosto la popolazione cittadina raddoppia ed Edimburgo, letteralmente, scoppia: di turismo, di musica, ma soprattutto di teatro. Due dei quattro festival in corso (gli altri sono l'"International book festival" e il "F.O.P.", dedicato alla discussione politica) curano in particolar modo l'arte della recitazione. L'"Edinburgh International Festival" è la rassegna ufficiale, alla quale partecipano le compagnie più affermate, mentre il "Fringe", il festival della "frangia" esclusa dal circolo dei privilegiati, è un immenso calderone nel quale bollono quasi millenovecento spettacoli. Ma chi credesse che sperimentazioni sovralunari e novità mozzafiato siano appannaggio del "Fringe" può iniziare a ricredersi. E' solo un'impressione, ma si ha il sospetto che nel festival internazionale dominino le opere sperimentali, spesso deludenti; mentre anche il più ambizioso degli spettacoli del "Fringe" poggia i piedi per terra. Il contrario, insomma, di ciò che accade in Italia, dove ciò che è sperimentale non può né deve mai essere "ufficiale".
Cominciamo con la rassegna più prestigiosa. L'attesissima trasposizione teatrale dei Viaggi di Gulliver, ad opera del romeno Silviu Purcărete, ha deluso. Prima che inizi lo spettacolo cinque inquietanti donne-giumenta, appartenenti al popolo immaginario degli Houyhnhnms, zoppicano nella penombra, promettendo efferatezze. E le scene sono indubbiamente meravigliose: una luce da solare granaio balcanico fa splendere i quintali di paglia distribuiti sul palcoscenico per consentire a un cavallo vivo di muoversi fra gli attori. Ma lo sviluppo drammatico è esile e ignora la struttura del celebre romanzo di Swift, trattato alla stregua di un banale misantropo irlandese. Nel Macbeth del polacco Grzegorz Jarzyna, ambientato in un generico Medio Oriente, Macbeth è un graduato che atterra con l'elicottero su un bunker infestato da musulmani ("Here is major Macbeth, and I'm landing!"); a parte questo, il Medio Oriente presta alla pièce solo l'atmosfera, e poco altro. In Tatyana una decina di ballerini brasiliani cercano di danzare come i loro colleghi del Bol'šoj, con i risultati che è facile intuire. E appartiene al festival ufficiale anche il velleitario Speed of light.
Se invece dall'"Edinburgh International Festival" ci spostiamo al "Fringe", salta subito agli occhi una concretezza tutt'altro che sperimentale, e a volte persino reazionaria. Maurice's Jubilee, storia di un gioielliere al quale Elisabetta II, il giorno della sua incoronazione, promette che sessant'anni dopo verrà a cercarlo, è basato su un copione antidiluviano che potrebbe essere di Oscar Wilde, basta sostituire la regina Elisabetta con la regina Vittoria. In Still life Sue MacLaine, attrice di vaglia che in passato ha affiancato gente del calibro di Kennet Branagh, recita completamente nuda mentre gli spettatori, ai quali è stata consegnata una matita affilata e dei fogli da disegno, devono ritrarla. Dietro l'originalità della "trovata", però, si cela il classico monologo autobiografico, travestito da corso di pittura. The Sh*t!, la produzione orgogliosamente italiana con cui Cristian Ceresoli e Silvia Gallerano hanno conquistato la rocca impenetrabile della critica britannica, dal Time's al Guardian, mostra l'orrore prodotto dalla forzata convivenza fra la società dello spettacolo e la morale ipocrita distribuita in dosi massicce al popolo per "tamponare" gli effetti di quella stessa società, ma lo fa senza perdere di vista gli strumenti del teatro, in questo caso il corpo nudo e vociferante dell'attrice. Gli esempi si potrebbero moltiplicare: uno spettacolo di marionette trabocca di rinvii al mito di Orfeo, ma li irregimenta in una trama di ferro che appassiona i bambini; una commediaccia sulla storia del Regno Unito è piena di arti amputati e di secchi di finto liquame lanciati sul pubblico esilarato, eppure spinge al pacifismo più di venti Marco Paolini. Il risultato? Platee strapiene e recensioni positive: nel paese di Thackeray il segno distintivo del grand'uomo è ancora il successo; mentre per noi italiani, che prolunghiamo la linea Adorno-Fortini, il successo testimonia piuttosto di una truffa in corso. Ecco allora, da noi, le filodrammatiche che non scendono mai sotto Čechov, le villette di campagna che volendo essere palladiane distruggono il paesaggio, gli imprenditori dilettanti che fanno il passo più lungo della gamba e poi si lamentano dello Stato che non li sostiene. E naturalmente le compagnie di attori che svuotano sistematicamente i teatri, e poi pretendono un salvagente.
Nella capitale della Scozia l'estate del 2012 sarà ricordata probabilmente per lo Speed of Light, un po' scampagnata notturna e un po' puttanata new age. Quello che non si vede dall' "Arthur Seat" è che nel mese di agosto la popolazione cittadina raddoppia ed Edimburgo, letteralmente, scoppia: di turismo, di musica, ma soprattutto di teatro. Due dei quattro festival in corso (gli altri sono l'"International book festival" e il "F.O.P.", dedicato alla discussione politica) curano in particolar modo l'arte della recitazione. L'"Edinburgh International Festival" è la rassegna ufficiale, alla quale partecipano le compagnie più affermate, mentre il "Fringe", il festival della "frangia" esclusa dal circolo dei privilegiati, è un immenso calderone nel quale bollono quasi millenovecento spettacoli. Ma chi credesse che sperimentazioni sovralunari e novità mozzafiato siano appannaggio del "Fringe" può iniziare a ricredersi. E' solo un'impressione, ma si ha il sospetto che nel festival internazionale dominino le opere sperimentali, spesso deludenti; mentre anche il più ambizioso degli spettacoli del "Fringe" poggia i piedi per terra. Il contrario, insomma, di ciò che accade in Italia, dove ciò che è sperimentale non può né deve mai essere "ufficiale".
Cominciamo con la rassegna più prestigiosa. L'attesissima trasposizione teatrale dei Viaggi di Gulliver, ad opera del romeno Silviu Purcărete, ha deluso. Prima che inizi lo spettacolo cinque inquietanti donne-giumenta, appartenenti al popolo immaginario degli Houyhnhnms, zoppicano nella penombra, promettendo efferatezze. E le scene sono indubbiamente meravigliose: una luce da solare granaio balcanico fa splendere i quintali di paglia distribuiti sul palcoscenico per consentire a un cavallo vivo di muoversi fra gli attori. Ma lo sviluppo drammatico è esile e ignora la struttura del celebre romanzo di Swift, trattato alla stregua di un banale misantropo irlandese. Nel Macbeth del polacco Grzegorz Jarzyna, ambientato in un generico Medio Oriente, Macbeth è un graduato che atterra con l'elicottero su un bunker infestato da musulmani ("Here is major Macbeth, and I'm landing!"); a parte questo, il Medio Oriente presta alla pièce solo l'atmosfera, e poco altro. In Tatyana una decina di ballerini brasiliani cercano di danzare come i loro colleghi del Bol'šoj, con i risultati che è facile intuire. E appartiene al festival ufficiale anche il velleitario Speed of light.
Se invece dall'"Edinburgh International Festival" ci spostiamo al "Fringe", salta subito agli occhi una concretezza tutt'altro che sperimentale, e a volte persino reazionaria. Maurice's Jubilee, storia di un gioielliere al quale Elisabetta II, il giorno della sua incoronazione, promette che sessant'anni dopo verrà a cercarlo, è basato su un copione antidiluviano che potrebbe essere di Oscar Wilde, basta sostituire la regina Elisabetta con la regina Vittoria. In Still life Sue MacLaine, attrice di vaglia che in passato ha affiancato gente del calibro di Kennet Branagh, recita completamente nuda mentre gli spettatori, ai quali è stata consegnata una matita affilata e dei fogli da disegno, devono ritrarla. Dietro l'originalità della "trovata", però, si cela il classico monologo autobiografico, travestito da corso di pittura. The Sh*t!, la produzione orgogliosamente italiana con cui Cristian Ceresoli e Silvia Gallerano hanno conquistato la rocca impenetrabile della critica britannica, dal Time's al Guardian, mostra l'orrore prodotto dalla forzata convivenza fra la società dello spettacolo e la morale ipocrita distribuita in dosi massicce al popolo per "tamponare" gli effetti di quella stessa società, ma lo fa senza perdere di vista gli strumenti del teatro, in questo caso il corpo nudo e vociferante dell'attrice. Gli esempi si potrebbero moltiplicare: uno spettacolo di marionette trabocca di rinvii al mito di Orfeo, ma li irregimenta in una trama di ferro che appassiona i bambini; una commediaccia sulla storia del Regno Unito è piena di arti amputati e di secchi di finto liquame lanciati sul pubblico esilarato, eppure spinge al pacifismo più di venti Marco Paolini. Il risultato? Platee strapiene e recensioni positive: nel paese di Thackeray il segno distintivo del grand'uomo è ancora il successo; mentre per noi italiani, che prolunghiamo la linea Adorno-Fortini, il successo testimonia piuttosto di una truffa in corso. Ecco allora, da noi, le filodrammatiche che non scendono mai sotto Čechov, le villette di campagna che volendo essere palladiane distruggono il paesaggio, gli imprenditori dilettanti che fanno il passo più lungo della gamba e poi si lamentano dello Stato che non li sostiene. E naturalmente le compagnie di attori che svuotano sistematicamente i teatri, e poi pretendono un salvagente.
lunedì 30 aprile 2012
Dalla politica, e dal Portogallo
Dopo la morte di Tabucchi, molti amici hanno provato a farmi cambiare idea, prestandomi raccolte di racconti, romanzi ecc. Queste premure non solo non hanno ottenuto il risultato sperato, ma sono state controproducenti ed hanno confermato il mio pregiudizio sullo scrittore, perlomeno finché non ho ascoltato il parere di Manuel Burderi, e mi sono fatto mandare una copia di Notturno indiano. Dopo averlo letto, mi sono convinto che Antonio Tabucchi sia stato un grande scrittore rovinato da due cose: dalla politica, e dal Portogallo.
venerdì 23 marzo 2012
Humor nero
Domenico Calcaterra (nella foto). "La gallina" di Fabrizio Ottaviani. Articolo comparso nel sito Sul romanzo,
Trovo
più che mai auspicabile il ritorno a una letteratura, una narrativa che
non sia immediatamente rivolta al racconto in presa diretta della
realtà. E reputo oltremodo necessari e preziosi libri (e dunque autori)
che conservino oggi il coraggio intellettuale di andare, in tempi di
facile e scontato iper-realismo, tanto nella lingua quanto nella scelta
delle cose da raccontare, controcorrente. A confermarmelo, semmai ve ne
fosse stato bisogno, l'ottimo esordio romanzesco di Fabrizio Ottaviani,
finora conosciuto e apprezzato come brillante critico militante de «Il
Giornale».
Con il suo La gallina
(edito da Marsilio), Ottaviani ci regala infatti una storia di scarna
essenzialità narrativa, attingendo con sorvegliata misura ai toni
esilaranti della farsa, qui marcatamente virati di humor nero.
Un bizzarro e buffo
dono, la gallina del titolo appunto, recapitata da una misteriosa
vecchia abbigliata come uno spaventapasseri in casa di Elena e
Massimiliano De Giorgi, stimata famiglia dell'alta borghesia d'una ricca
imprecisata cittadina europea, diviene l'inatteso elemento dirompente a
spazzare e mettere in crisi la presunta normalità della vita dei
coniugi (e dei domestici di casa), fino all'inevitabile catastrofe (che
sin dal sinistro avvio viene lasciata facilmente intuire al lettore): la
«caduta di casa De Giorgi». Dall'interrogarsi sul mistero di
quel curioso regalo alla necessità di sbarazzarsene in fretta per
ragioni di decoro e rispettabilità, la carica distruttiva innescata da
quella indesiderata e inquietante presenza animale segna un'escalation
di lacerazioni e attriti, invidie e ripicche, debolezze e pretenzioni.
La gallina, fungendo da detonatore assurdo, risulta essere dunque la
vera protagonista della storia, allegoria della condizione umana, o
meglio della miseria morale dalla quale non salva nemmeno l'accomodante
bugia di «un'abitudine senza usura»; che quando si spalanca,
lucido, lo sguardo sulla desolante regione del nostro quotidiano, la
minaccia d'estinzione già incombe. Ma funziona forse e ancor più come
impietoso monito contro ogni trascurato cedimento, smarrimento privato o
collettivo.
Come a voler far
conoscere i singoli universi esistenziali d'ognuno, Ottaviani fa entrare
in scena ciascun personaggio nel momento cruciale dell'incontro con la
spiazzante grottesca novità, costruendo un simmetrico contrappunto di
rapporti e alleanze incrociate tra le due coppie: i padroni di casa Max
ed Elena e i due domestici, il maggiordomo Anselmo e la cuoca Irene, «copia attiva»
e rissosa dei loro padroni; tutti presto inesorabilmente coinvolti in
un'asfissiante spirale di crescente ottusità. A suggellare lo «stigma del grottesco»
non poteva infine mancare il risvolto legale, similkafkiano, della
faccenda, con tanto di celebrazione di un paradossale processo per
corruzione di cui il sinistro dono costituirebbe la prova (di scoperta
ascendenza kafkiana riescono inoltre taluni luoghi come il tribunale
fatto di lastre trasparenti di cristallo, perché tutti possano seguire
dall'esterno lo svolgimento d'ogni processo, e l'imponente sede delle
Nuove Imprese Stabili, nel cuore della città, un grattacielo-pendolo in
vetrocemento dal precarissimo equilibrio).
Asciutto, nel suo
prefigurarsi come minimale meccanismo, esperimento narrativo più che
vera autentica narrazione (tanto che sin da subito monta la curiosità
per il lettore di sapere fin dove lo scrittore voglia menare la danza),
il teatrino grottesco allestito da Ottaviani colpisce per il suo filare
dritto al punto, con implacabile, appuntito e chirurgico dettato, senza
sbavature e mai nulla concedendo a leziosi indugi di colore.
Ottaviani, infine,
non rinuncia a raccontarci, epperò sempre nella sua maniera allegorica,
della storia attuale del nostro Paese, quando inserisce nel romanzo quel
medaglione figurale (quasi una visione decontestualizzata dal resto)
del ragazzino che si affretta ad abbozzare sulle pareti translucide del
palazzo di giustizia una mongolfiera tricolore che trascina in cielo due
passeggeri: uno ghignante e armato di lanciafiamme, l'altro che tenta
di bloccarlo, ma terrorizzato di compromettere del tutto la gita in
pallone. Un'iconetta assai eloquente (più di mille spiegazioni)
sull'Italia e il carattere bifronte degli italiani.
mercoledì 7 marzo 2012
Una patina di vetustà
Caterina Falotico Vitelli su Fabrizio Ottaviani, La gallina, Marsilio. Recensione comparsa nel numero 267 (gennaio-febbraio 2012) de L'immaginazione.
Già da qualche tempo Fabrizio Ottaviani, nella veste di critico letterario, si è posto il problema del perché in Italia, a differenza di altri Paesi, non sia mai nato il "Grande Romanzo Leggibile", rimanendo così la nostra editoria bloccata nell'impasse fra brutti best seller e libri belli ma senza vendita e senza lettori.
Intanto lui ci prova esordendo con La gallina, un'opera che, come l'animale protagonista, mira a creare scompiglio all'interno di consuetudini consolidate nella narrativa oggi prevalente.
Il romanzo vive di mistero e nel mistero, impegnando il lettore in un non facile lavoro ermeneutico alla ricerca di un significato. Ma il senso ci sarà mai? O è anch'esso una sovrastruttura del pensiero, un baluardo per addomesticare ciò che non è addomesticabile? La gallina, animale apparentemente familiare, cola in sé la lontana origine rapace o di leggendario drago che nell'iconografia religiosa soggiace a un san Michele vittorioso. Qui, invece, è il santo a soggiacere al drago, è l'essere che si ritiene superiore a retrocedere verso una progressiva degradazione fino all'inarrestabile catastrofe.
Questo libro va letto come un sogno e ai sogni non si richiede né la coerenza logica né l'esattezza in qualche modo mimetica del reale. L'autore lascia di proposito in sospeso il luogo e il tempo che fanno da sfondo alla vicenda narrata, avvolge di ambiguità i fatti, come pure i personaggi, peccatori o innocenti, inetti o cinici, sentimentali o glaciali a corrente alternata.
Il tono è a tratti fiabesco con una patina di vetustà che non impedisce squarci di una ben nota contemporaneità. C'è un interno di casa altoborghese con tanto di maggiordomo in livrea, cuoca, busti marmorei e quadri antichi alle pareti; ma ci sono anche un'azienda-grattacielo dalla fragile aerodinamica, dove si complotta con spietata logica economicistica, e un tribunale dalle pareti trasparenti, palcoscenico popolare di una giustizia-spettacolo.
Fabrizio Ottaviani ha voluto tenere insieme l'immaginario e la realtà, facendo convergere "due termini che se vengono contrapposti formano una delle antitesi più fumose". E ci è riuscito scrivendo un romanzo senz'altro intelligente e provocatorio, anche se a tratti appesantito da qualche allegorismo di troppo. Ma anche avrebbe giovato a quella leggibilità invocata dallo scrittore un alleggerimento della parte iniziale che certo risponde allo scopo di creare un alone di irrealtà, imbarazzante e grottesca, intorno agli i inutili quanto rocamboleschi tentativi di uccidere nientemeno che una gallina! Un gesto facile, ordinario che qui si complica - c'è persino i l ricorso ad un chimico facitore di veleni, metà mago metà gaglioffo- in un crescendo di sospetti malintesi illazioni culminanti in una nottataccia al cui confronto la notte degli imbrogli di manzoniana memoria è poca cosa.
Da questo punto in poi la narrazione trabocca di trovate che suscitano sconcerto e stupore, amarezza e comicità, insieme alla sensazione di trovarsi dinanzi ad un beffardo nonsense. In un clima da tragicommedia diventano facili bersagli certi cliché letterari che appartengono al noir e al racconto psicanalitico: la fuga disperata della cuoca Irene nel cuore della mezzanotte per sfuggire al suo inseguitore, un Adelmo trasformatosi in "spietato imperatore cinese"; l'affiorare inatteso di traumi infantili nella confessione-rivelazione del maggiordomo; l'origine familiare alla base dell'ossessione investigativa del medico di guardia.
Pochi i fatti di questo romanzo e si svolgono prevalentemente nell dimora dei potenti coniugi Elena e Massimiliano De Giorgi. Qui, un giorno qualunque, un vecchia vestita da spaventapasseri consegna all'imbranato maggiordomo Adelmo una gallina viva, e lo fa con la perentorietà e la naturalezza di una fornitrice che esegue una disposizione. Ma la gallina non è mai stata richiesta né dai padroni né dalla cuoca Irene in perenne conflittualità con il maggiordomo. L'animale, entrato in casa, distrugge arredi e suppellettili, deposita dappertutto il suo sterco, cancellando ogni traccia di fasto e di decoro. Complice la gallina starnazzante, si mette in moto contro i De Giorgi un'infernale macchina del fango che procede fra delazioni, sentenze di magistrati compiacenti, denunce di medici in balia delle proprie nevrosi. Essa non si ferma nemmeno dinanzi alla morte, in un gioco al massacro testimoniato dalla truculenta scena di caccia dell'arazzo rimasto illeso sulle pareti del salone avito.
Al lettore è demandato il compito di trovare risposta ai tanti interrogativi rimasti aperti, a cominciare dall'identità della vecchia per finire all'inquietante personalità del maggiordomo, l'unico a ricavare vantaggio dalla tragica fine dei suoi padroni. E tuttavia il focus di tanto mistero è la gallina, simbolo di un mondo impazzito, di un "pianeta fuori dai gangheri", ove è imploso ogni tentativo di ragionevolezza, per cui alla fine "non si sa nemmeno se dietro la consegna della gallina vi fosse un piano".
Il romanzo di Ottaviani è un apologo surreale che racconta non solo il tracollo della civiltà, ma anche lo smacco metafisico per cui il male, esorcizzato invano attraverso metafore animali, rimane dentro di noi, nella nostra origine e nella stessa creazione. La gallina non è mai entrata dalla porta di casa, vive da sempre nella dimora umana, essendo la materializzazione di quel Nulla che siamo e da cui veniamo. ("Fu infatti assalita dall'oscura convinzione che quelle penne fossero sorte dalla polvere, e che tra di esse e l'appartamento regnasse un rapporto di filiazione").
mercoledì 18 gennaio 2012
Fabrizio Ottaviani
La testata di Zidane, l'ordalia e l'onore perduto dell'Italia
Prefazione
Nato come instant book, e pubblicato solo adesso "in epoca non sospetta" grazie al servizio di auto edizione Amazon, La testata di Zidane e l'onore perduto dell'Italia è un dialogo ispirato al Sogno di d'Alambert, uno scritto del 1769 in cui il philosophe Denis Diderot metteva in bocca al suo sodale, addormentatosi per colpa di una specie di influenza in casa della sua amante e dunque pressoché semisvenuto per la febbre, tesi materialistiche molto scomode. Diderot passerà in seguito alcuni mesi nella torre-prigione di Vincennes per aver sostenuto, fra l'altro, che se Dio avesse voluto fabbricare un uomo alla maniera di Descartes, avrebbe fatto bene a mettergli l'anima sulla punta delle dita, perché è da lì - dai sensi, non dall'anima - che provengono tutte le conoscenze. Prima di andare avanti con questa prefazione, però, vorrei avvertire il lettore che non fosse interessato né alla celebre testata di Zidane, né all'onore della Patria, che questo scritto introduttivo si conclude con l'esposizione di una diagnosi, con l'individuazione di una tabe prettamente italiana, e che dunque forse vale la pena continuare a leggere, perché alla fine lo sforzo sarà premiato.
Sarà il caso, per cominciare, di dire che l'idea di scrivere un dialogo sul chiacchieratissimo coup de boule nasce all'incrocio fra due spinte: la lugubre fascinazione per il gesto di Zidane, e il fastidio per la mancata reazione degli italiani di fronte a tale gesto. Fascinazione, certo: perché anche se la testata di Zidane, a differenza, mettiamo, del "naufragio" di Nobile, e più recentemente della morte in un tunnel di Lady Diana (eventi mediatici che assumono le dimensioni del mito: cioè di eventi infinitamente interpretabili e contemporaneamente univoci, quasi paradigmatici) la testata di Zidane possiede la capacità di concentrare in un punto una quantità di problemi - nazionali, sociali, psicologici - e dunque, inevitabilmente, affascina. La successiva operazione "mafiosa" dei francesi, che furono bravissimi a trasformare il colpevole in vittima, mostrando un'abilità nel mistificare superiore a quella rivelata, negli anni precedenti, dalle vicende di molti politici italiani; la rivelazione" della micragnosità dei francesi mi sembrò talmente spaventosa che mi sarei aspettato da parte italiana una reazione lucida e spietata. Invece, come noto, non vi fu niente del genere. Solo una minutaglia di piccole frasi ironiche, comparse sui giornali o proferite dai giornalisti televisivi, frasi a volte controproducenti. Sembrava che la vittoria avesse reso inutile il giudizio; ma perché ciò fosse ammissibile era necessario che la vittoria fosse essa stessa un giudizio. Inevitabile fu, allora, pensare all'ordalia, dove la sconfitta è ipso facto una condanna e il trionfo rende inutile e sospetto indagare le ragioni della vittoria. Gli italiani, era evidente, non avevano nessuna voglia di difendere Materazzi. Ma al di fuori del sistema germanico dell'ordalia, il fatto di aver vinto li esimeva dal proteggere la vittoria da ogni attacco mediatico? Lo scandalo di una mancata elaborazione della felicità (perché c'è un'elaborazione della felicità, così come ce n'è una del lutto) bastò a convincermi che fosse opportuno gettarsi nel terribile ginepraio del post-sbornia da titolo mondiale. Ma non volli farlo da solo: e poiché avevo la fortuna di annoverare, fra i miei amici più cari, persone che al gusto per la speculazione sociologica più sofisticata univano la passione per il calcio, non esitai ad invitarli, allettandoli con la prospettiva di una cena innaffiata da un rosso importante. Quanto alla padrona di casa, Silvia Di Vona, avrebbe partecipato alla cena e alla prima fase della discussione; poi, verso le dieci e mezza, sarebbe partita da Roma per un breve e opportuno viaggio di lavoro. I tre esperti di calcio erano Massimo Megale, Vincenzo Tersigni e Francesco Sganga: tutti juventini, sia questo detto per ulteriori speculazioni e dietrologie. Quattro nastri da novanta, di quelli usati per registrare le lezioni universitarie, non attendevano che di essere incisi.
La discussione fu lunga, complessa, profonda e ricca di colpi di scena. Ben presto ci accorgemmo che la testata di Zidane non riguardava che superficialmente una partita di pallone. In realtà, innervava la storia di due nazioni, la Francia e l'Europa, e gettava propaggini sui temi più vari, fra cui ovviamente il rapporto fra il Primo e il Secondo Mondo.
Quando, estenuati, ci demmo la buonanotte, saranno state le tre del mattino. Un paio di giorni dopo, mi trasferii nella villa di campagna dei miei (quella settimana in viaggio), dove Silvia mi raggiunse. Lì sbobinai i nastri e poi scrissi il dialogo. In fretta: bisognava battere il ferro finchè era caldo o, per essere meno metaforici, bisognava completare l'opera entro la fine di luglio, cioè prima che le redazioni delle case editrici chiudessero per le vacanze estive. Ci misi circa una settimana.
I tre francesi del dialogo, Jean, Marcel e Annette, vivono a Roma da molti anni e ormai sono mezzo romani, per cui si trovano nella posizione migliore per discutere del coup de boule. I tre non potevano che essere uno psichiatra, un filosofo e un giurista: mi sembrava che queste professioni inquadrassero un piano storico e sociologico meglio che se mi fossi servito direttamente di un sociologo. Ma voglio ricordare che Vincenzo Tersigni è laureato in sociologia (Sganga, invece, è un acuto critico letterario, mentre Massimo Megale è - e speriamo che la definizione gli piaccia - un umanista esperto di economia).
Visto che il lavoro svolto appariva buono, avrei potuto telefonare alle singole case editrici offrendo un testo che trattava di una questione della quale parlava tutta l'Europa; ma il tempo, come detto, era tiranno, sicché preferii inviare il dialoghetto ai più importanti agenti letterari, immaginando che mi avrebbero fatto guadagnare tempo. In effetti, mentre passeggiavo in bicicletta lungo la strada che va da Arpino a Fontana Liri, squillò il cellulare. Era Piergiorgio Nicolazzini, l'agente di Faletti e di altri importanti scrittori italiani. La testata di Zidane gli era piaciuta, avrebbe chiamato lui le case editrici per cercare con urgenza un esito pubblicatorio.
La ricerca, come potete immaginare, non ebbe successo. Un libro che si sarebbe venduto in migliaia di copie a scatola chiusa (nello stesso arco di tempo, in Francia, uscirono tre libri sul coup de boule, uno dei quali firmato nientemeno che da Philippe Toussaint, un autore bravissimo che meritava di vincere il Nobel al posto di Le Clézio) rimase inedito.
Intendiamoci, il dialogo non è perfetto. Rileggendolo a distanza di sei anni, sei anni durante i quali ho curato tanti romanzi come editor da aver sviluppato una sensibilità per la scrittura che prima certamente non avevo allo steso grado, riconosco che La testata di Zidane è, a tratti, farraginoso, e che le opinioni dei personaggi non sono facilmente individuabili, anche perché si vanno formando e deformando attraverso la discussione. Ma è un dialogo che funziona, e che nelle librerie sarebbe stato acquistato anche solo per il titolo che porta. Nicolazzini, vale a dire uno degli editor più stimati e importanti, al quale poi, su suggerimento di Vincent Raynaud e di Alberto Garlini, avrei affidato La gallina, cioè il mio primo romanzo, tentò senza successo di suggerirne la pubblicazione a più di una casa editrice, ottenendo immancabilmente una risposta negativa. E anche ammesso che in Italia gli agenti contino poco, e spesso nulla (negli USA non sarebbe mai potuto accadere che un'opera rappresentata da un agente importante non fosse pubblicata) bisogna riconoscere più semplicemente che era estate, e che le redazioni delle case editrici stavano chiudendo. Approfittare di una fase dell'anno abbandonata da tutti, cogliere l'occasione di un dialoghetto che si sarebbe potuto vendere in migliaia di copie perché ovunque si parlava solo della testata e nelle librerie non c'era niente che ne parlasse... Be', questo per i funzionari editoriali italiani era davvero chiedere troppo.
E' arrivato, finalmente, il momento di distillare la morale della storia. Ebbene, si ha, a volte, l'impressione che la buona letteratura sia difficile da promuovere per l'avidità degli editori, i quali preferiscono pubblicare opere dozzinali pur di fare cassa. E questo è vero, e in effetti accade in tutto il mondo. Ovunque si preferisce mettere in circolazione merce che permetta di far soldi, e in ciò non c'è proprio niente di male: ammesso, naturalmente, che tali guadagni non danneggino nessuno e che, nella peggiore delle ipotesi, lascino l'umanità nella condizione in cui l'hanno trovata, e non la rendano più stupida e più cattiva. Eppure, altrove, quando compare un'opera di valore che, in più, permette lauti arricchimenti, si festeggia. In Italia no. Per due ragioni: la mancanza di professionalità, e il timore che, se per una volta la moneta buona scaccia la cattiva, tale scandalo possa ripetersi. L'Italia, dunque, fa eccezione. Nel nostro Paese, il filisteismo è una pulsione più potente della rapacità. Imparate a memoria questa sentenza, assaporatela e coglietene la terribile portata.
Fabrizio Ottaviani
Nota. La testata di Zidane, l'ordalia e l'onore perduto dell'Italia è reperibile in formato elettronico al seguente indirizzo al prezzo di 3,30 euro:
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Può essere letto su kindle, o anche sul computer, scaricando l'apposito il programma. Ecco l'incipit:
Fabrizio Ottaviani
La testata di Zidane, l'ordalia e l'onore perduto dell'Italia
Parte prima
Un caso di sonnambulismo indotto
***
- Grazie per essere venuto così in fretta, Jean. È successo di nuovo. Dall’ultima crisi sono passati vent’anni. Avevo dimenticato persino cosa si dovesse fare in questi casi!
- Calmati, non c’è ragione di preoccuparsi. Adesso gli somministro un calmante. Vedrai che tornerà normale.
- È facile, per te, mantenere l’autocontrollo. Sapessi quando gli ho sollevato la benda dagli occhi, e mi sono accorta che erano sbarrati! Per un istante ho temuto persino...
- Su, su... è solo una crisi di sonnambulismo. Dov’è l’insigne giurista?
- Nel suo studio, ancora seduto alla scrivania.
- Sempre immobile?
- Catalettico! Però ogni tanto parla. Alterna discorsi interi, anche molto lunghi e cervellotici, a brevi frasi smozzicate e prive di senso.
- Già. Come accade nel quaranta virgola sette per cento dei casi, almeno secondo l’ultima edizione del manuale di psichiatria.
- Quando si mette la benda sugli occhi, comincia a parlare. E quando la toglie tace di colpo. Eccolo lì. Sembra una statua di sale. Non fa paura?
- A me no. Ci sono abituato. E questa bottiglia?
- Lasciamo perdere. Abbiamo avuto una discussione che nel giro di un’ora si è trasformata in un alterco. Quando ha visto che non avevo intenzione di dargli ragione mi ha mandata al diavolo e si è rinchiuso nel suo studio. Prima però ha preso una bottiglia di porto. Guarda, ne ha bevuto più della metà. Lui che non beve mai.
- Non è vero che non beve mai. Non fingere, Annette. Tuo marito non beve quasi mai. O meglio beve solo quando tu lo esasperi.
- Non vorremo metterci a litigare anche noi, spero. Poggia pure la borsa sulla scrivania. Ecco l’ovatta che mi hai chiesto.
- Grazie. Così, una bella iniezione. Dovrebbe fare effetto in pochi minuti. Forse è stato l’alcol a scatenare la crisi.
- Ma no, non credo.
- E perché?
- Perché sono convinta che è stata colpa mia. Non dovevo irritarlo con le mie teorie.
- Ma davvero? Hai delle teorie?
- Non fare lo spiritoso, non è il momento. Voi medici avete il vizio di trattare i filosofi come se fossero dei bambini.
- Non faccio lo spiritoso, credimi. È un dovere professionale stabilire ciò che potrebbe aver scatenato in tuo marito una crisi di sonnambulismo dopo vent’anni durante i quali sembrava essere guarito. Forza, sputa il rospo. Di cosa stavate discutendo?
- Della testata di Zidane.
- Come hai detto?
- Hai capito bene.
- Deve essere un’epidemia. Ieri, dopo la lezione all’università, sono passato in sala professori a salutare i colleghi. Non ci crederai: non si parlava d’altro. Sono scappato subito con una scusa, ma poi...
- Ma poi anche tu hai cominciato a lambiccarti.
- Proprio così. Anzi, se proprio vuoi sapere la verità, ti dirò che ho alcune idee a riguardo che forse meritano di essere ascoltate. Ma adesso pensiamo a Marcel. Allora, che cosa gli hai detto per spingerlo a ingurgitare mezzo litro di porto?
2011 by Fabrizio Ottaviani
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