venerdì 28 febbraio 2014

In realtà, demoniache






Stephen Frears è l'uomo che è riuscito a farmi innamorare della regina d'Inghilterra; il che non toglie che il suo ultimo film, Philomena, abbia qualcosa di paralizzato. Per cominciare, il fatto che il protagonista maschile del film sia qualcuno che non può permettersi di biasimare le disumane suore cattoliche all'origine della "mostruosità" raccontata da Frears, perché egli stesso reprobo e "nel fango", impedisce il normale dispiegamento delle argomentazioni pro e contro. In secondo luogo, Frears manipola i rapporti fra comunità, ideologia e società. L'osmosi - e magari la connivenza e il rilancio - fra religione e società irlandese è neutralizzata: il ragazzo che mette incinta Philomena è un deus ex machina all'incontrario (causa il conflitto, invece di risolverlo), è semplicemente "bello", e il film non discute la sua successiva latitanza, quindi la sua correità con il crimine commesso dalle suore. Altrettanto introvabile la domanda che il regista avrebbe dovuto porsi, se cioè la sorte di una ragazza-madre irlandese negli anni Sessanta che non volesse rifugiarsi in un istituto religioso non fosse altrettanto, o più atroce, di quella subita dalla protagonista, il che aprirebbe la questione della solidarietà fra le suore e il contesto in cui operano, appena appena rivelata in un dialogo che si svolge in un pub, dove la barista spiffera tutto al giornalista aggiungendo però che lei "non è una pettegola". Più grave è che le suore siano per sineddoche "tutto" il cattolicesimo, senza eccezioni; quando sarebbe stato facile (ed è la norma nelle opere d'arte scevre da pregiudizi e interessate alla verità, che è sempre prismatica) introdurre figure umane anche fra le suore dell'istituto. Per esempio, quando una suora consegna a Philomena una foto del figlio, verosimilmente ella sa che presto verrà sottratto alla madre; eppure la consegna avviene a ciglio asciutto, senza il minimo coinvolgimento emotivo. E' verosimile, questo gelo? Anche la collaboratrice di colore poteva essere una figura eccentrica, e invece Frears ne ha fatto una specie di brutale questurino. Infine, nel corso del film non compare nessun argomentum ad hominem contro le suore: nessuno che dica loro: credete che le donne sterili alle quali vendete i bambini non abbiano avuto rapporti prematrimoniali? Perché vendete bambini solo ai ricchi? In tutto il film, non c'è nessuno che le accusi di avere frainteso fino alla devastazione il Vangelo; e di essere, in realtà, demoniache.

giovedì 8 agosto 2013

Nemmeno un frammento di giada



Niente getta luce sulla cosiddetta “egemonia culturale della sinistra” quanto i resoconti dei viaggi effettuati nei paesi del socialismo reale dagli intellettuali progressisti più influenti. Vengono a galla le ambiguità, l’arte sopraffina di svicolare, la capacità di ficcarsi nei peggiori vicoli ciechi pur di non vedere “la lettera rubata”, il problema macroscopico sotto gli occhi di tutti. Da questo punto di vista, l’estate del 2013 permette alcuni eccellenti esercizi di memoria, perché è un’estate cinese: tornano nelle librerie due opere di Alberto Moravia e Giorgio Manganelli dedicate al Celeste Impero. Del primo Bompiani riedita, per le cure di Luca Clerici, lo scritto del 1967, La rivoluzione culturale in Cina ovvero il Convitato di pietra (LXX-199 pagg., 10 euro). Corredato da undici, orribili fotografie scattate dalla compagna Dacia Maraini, vera analfabeta dell’immagine, allora probabilmente convinta che solo la bruttezza avrebbe salvato il mondo, il volume ebbe una seconda giovinezza qualche anno dopo, presso Garzanti. Di Manganelli, invece, Salvatore Silvano Nigro ha curato con mano fermissima un’edizione di Cina ed altri orienti (Adelphi, 346 pagg., 22 euro) grande il doppio rispetto alla precedente edizione del 1974 e comprensiva, oltre che di Cina, Filippine e Malesia, anche di pagine straordinarie sul Medio Oriente, scritte in un’epoca in cui gli americani ancora non ne avevano fatto il loro oggetto persecutorio avendo a disposizione, per quello scopo, il morente blocco comunista. In quegli anni la Cina andava di moda: anche Antonioni aveva girato un documentario in Cina (incredibile la sequenza del parto cesareo effettuato senza anestesia, con l’agopuntura), mentre il film di Bellocchio La Cina è vicina, storia di un miliardario che si candida per il partito socialista, è un contributo di segno opposto, uno sberleffo - ancora oggi molto divertente - al radicalismo politico che imperversava allora in Italia e in tutt’Europa.
La genesi dei volumi è diversa. Moravia, che già era stato in Cina nel 1937 saltando su un battello cromato pieno di fissati per i night-clubs di Shangai, torna a viaggiarvi assieme alla Maraini nel 1967, come inviato del "Corriere della Sera". Da qualche mese impazza la famigerata Rivoluzione culturale, il colpo di coda con cui un Mao senile, mobilitando migliaia di studenti e trasformandoli nelle fanatiche guardie rosse, mette alle corde la frangia moderata del Partito, che lo aveva estromesso dal potere. La “missione” è quasi impossibile: riuscire a scrivere della Cina senza pestare i calli filocinesi dei suoi amici maoisti (a cominciare da Godard; ma non bisogna dimenticare i simpatizzanti del “Manifesto”) né quelli, borghesi, dei lettori del "Corriere". Quanto a Manganelli, apparentemente giunge in Cina nel 1974, corpo estraneo in un aeroplano di cumenda; “Non so bene se sono nato professore, o se avevo i segni nella mano di un esploratore andato a male”, si chiede. In realtà, è caduto nella trappola tesa dal suo psicanalista, Bernhard, il quale aveva pregato il celebre archeologo e indianista Giuseppe Tucci, direttore dell’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente, di fare in modo che Manganelli viaggiasse, ritenendolo l’unico sistema per guarirlo dalla nevrosi. Diversa è anche la preparazione al viaggio. Se Moravia è un lettore onnivoro e sapiente, ma anche capace, per eccesso di metabolismo, di mancare del tutto l’oggetto, Manganelli da buon professore di università sa cosa vuol dire immergersi in una materia e comprenderla attraverso una bibliografia.
Una volta atterrati, però, né Moravia né Manganelli possono o vogliono dire che la Cina comunista è uno stato totalitario in cui l’uguaglianza, la medicina politica più difficile da dosare, viene iniettata in dosi massicce nella società finché essa non si dissolve. Del resto, prendete una qualsiasi delle virtù più specchiate, per esempio la giustizia, la carità, la libertà; isolatela da tutte le altre, e rendetela onnipotente: e avrete una serie ordinata di regimi grotteschi o feroci, di stati dai quali fuggire a gambe levate. Come girare intorno a questa enorme, ingombrante verità? Come far accettare che settecento milioni di cinesi parlino alla stessa maniera, che l’onnipresente immagine di Mao faccia impallidire il più sinistro dei Grandi Fratelli, che l’uguaglianza superi la barriera delle mutande (uomini e donne vestono allo stesso modo, la società cinese è forzosamente asessuata: “mai, durante il mio viaggio in Cina, ho visto una coppia tenersi per mano”, scriverà Manganelli)? Semplice: evocando il sogno chic e tedioso di un’esistenza  ridotta all’osso. E’ come se Moravia volesse competere con La scimmia nuda di Desmond Morris, volume pubblicato nella sua stessa collana Bompiani (“Cose d’oggi”), proponendo un’antropologia altenativa. Sorto con il Cinismo (Diogene cercava “l’uomo naturale”, cioè privo delle deformazioni prodotte su di lui dalla cultura), tornato a furoreggiare durante il Medioevo pauperistico, rispuntato in Età moderna fra le esotiche piume del buon selvaggio e oggi dilagante nelle pieghe dell’ideologia ecologica o anticonsumista, il mito di un essere che rigetta il superfluo viene ripreso da Moravia e applicato al modello cinese. “L’uomo nasce sfornito di tutto. Ora, il necessario per diventare uomo sta nei limiti della povertà. Al di là di questo limite comincia la ricchezza, cioè la superfluità; una condizione anormale, perciò disumana”. Il gioco è fatto: il Grande Timoniere non sarebbe un tiranno, ma un moralizzatore che con le buone o le cattive costringe l’uomo ad essere se stesso. Se per Madame de Staël Napoleone era un Robespierre a cavallo, per Moravia Mao è un Diogene uscito dalla botte ed entrato con lo scettro nella stanza dei bottoni. Solo negli anni ’80 l’antropologia filosofica si sbarazzerà di questo pericolosisismo equivoco dimostrando che la civiltà non è basata sulla necessità (e sull’”invenzione” che dovrebbe esserne il “rimedio”, come sosteneva Democrito), ma sul lusso: altrimenti non si spiegherebbe come mai l’uomo, dopo aver inventato le capanne e scoperto il fuoco, raggiunti gli altri animali ben dotati dal titano Epimeteo, invece di darsi pace inventi i grattecieli e il termosifone. Chissà che non sia proprio questa ricerca dell’uomo nella sua essenzialità, non il fastidio per il cattivo gusto o lo sfruttamento, a muovere l’indignazione di una Boldrini verso il baraccone di Miss Italia... Diogene cinico, lui, non lo aveva compreso: aveva scambiato la causa principale, cioè il desiderio di lusso, per una degenerazione del rimedio... Ora, è possibile un cinismo di stato? Uno stato, cioè, che imponga a tutti di fare a meno del superfluo? Non lo sappiamo, ma è questo che Moravia cerca di distillare nella Cina di Mao, sebbene alla tesi classica di un progresso dell’umanità nato dal bisogno Moravia non creda fino in fondo, essendo anche borghesemente convinto che la civiltà non sia basata sul bisogno, ma sul lusso e lo sperpero. E’ questa la scandalosa verità che fa orrore ai moralisti di ogni tempo e che Moravia ha il coraggio di piazzare nel sottotitolo, e poi di adombrare nell’ultimo capitolo. Mao è il “convitato di pietra”, pronto a trascinare all’inferno l’autore degli Indifferenti colpevole di aver cenato a base di raffinatissima anatra; un Moravia-Don Giovanni che mozartianamente non vuole pentirsi di nulla, e men che meno dei suoi “vizi” borghesi. Finalmente, la Rivoluzione culturale si rivela per ciò che è: una rivoluzione anticulturale, cioè oscurantista. E il fatto che la Maraini, quella sera, avesse rifiutato l’anatra (“Da’ qui, mangerò io per te, la mia parte e la tua”, le dice Moravia) spiega perché lei scattasse foto così brutte, e lui scrivesse romanzi così buoni.
Anche Manganelli subisce il fascino perverso dell’omogeneità: “Io non so mai con chi parlo, forse è un ministro, forse un cameriere.” Con ragionamento capzioso, le uniche uniformi sarebbero quelle occidentali: “Da noi, quello si veste da avvocato, quello è un professore”. Ragionamento da gesuita: perché la obbligatoria giubba blu del contadino cinese non prelude alla infinita diversità delle indoli, tutte da scoprire sotto il velame, ma, attraverso una simmetria fra esterno e interno, a una obbligatoria uniformità mentale e culturale. Gli “assistenti”, poi, cioè le guardie rosse che impediscono ai visitatori di uscire dal gruppo, non li sorvegliano: li custodiscono. L’ossessione delle guide per l’orologio è una conseguenza dell’etichetta (“talora un nostro assistente sembrava angosciato dalla nostra approssimativa puntualità”), non un mezzo per neutralizzare il rischio di un contatto con la società cinese. Ma poi, pagato un tributo allo Spirito del tempo e incapsulato con una mossa da prestigiatore il “mostro” politico in un’antonomasia - per Manganelli i cinesi sono, beffardamente, “gli Uguali”: e il lettore avverte che dietro quella formula c’è qualcosa che assomiglia al sarcasmo, e forse a una denuncia - ci si può dedicare alla Cina immemoriale dei draghi araldici, delle concubine suicidate, degli ideogrammi incomprensibili e terrificanti. Del resto in Europa l’Oriente è sempre stato il luogo della ricchezza, dello sfarzo, della vastità; un mito generatosi nel mondo antico e poi confermatosi nel Medioevo, fra il IX eil X secolo, quando gli europei erano quattro gatti terrorizzati rinchiusi nelle certose, mentre l’Impero bizantino era composto da milioni di uomini che vivevano in nazioni tutte d’oro. Questo Oriente, Moravia lo nega, e forse lo uccide. Manganelli, invece, non se ne lascia scappare nemmeno un frammento di giada. Per l’autore di Hilarotragoedia la Cina non è il regno della naturalezza, come per Moravia: è il regno dell’artificio e rassomiglia al Settecento francese. Moravia è ancora un umanista, e crede che il politico sia o possa essere uno strumento di elevazione dell’umanità. Mentre Manganelli, che pure alla fine della Seconda guerra mondiale rischiò di essere fucilato dai tedeschi, è abbastanza scettico sul destino dell’uomo e probabilmente sospetta che Mao sia una schiuma sul mare della Storia. Meglio dare prova della sua sublime, inimitabile arte umoristica. Nel Palazzo d’Estate “solo l’acqua del lago era vera”. La Grande Muraglia? “Niente di più lontano dalla Maginot”. Per tacere delle pagine sulla cucina cinese, che satireggiano le rodomontate del regime: “Tortelli fritti si rivelano involtini di carne, sembra cioccolata ed è soia, ci sono pesci molli e di scura tinta che simulano il maiale.” Un pasto di cento portate “non è una spacconata”; compaiono le “sinuose e viscide oloturie”, poi i cibi composti di “secrezioni animali” mentre l’anitra laccata alla pechinese, che “prevede una cottura dall’interno dell’animale, rasenta il vilipendio di cadavere”. Il pasto si chiude con una “capigliatura d’alghe”: antifrasi derisoria, chissà quanto ricercata, di Mao, ennesimo dittatore dalla fronte completamente calva.
Resta da aggiungere, che per Moravia e Manganelli la Cina si accomoda a diventare una metafora della loro scrittura. Per l’autore di Agostino il Celeste Impero è un analogon della sua prosa classicistica, nel senso in cui intendeva il “classico” il Valéry lettore di Bossuet: fare un uso infinito, e sublime, di mezzi finiti, cioè tirar giù una prosa dalla qualità inarrivabile (leggere Moravia dà i brividi) servendosi di un lessico di tremila parole, spesso in questo modo superando nel risultato l’altra musa allora in gara per il titolo di maggiore scrittore italiano, Gadda, al quale non ne bastavano trecentomila. Se la Cina di Moravia è lo specchio della sua prosa piana e fintamente “omologata”, quella di Manganelli sarà ovviamente increspata, barocca e ultrametafisica.

venerdì 12 luglio 2013

Astenersi critici






E’ già, di per sé, una dichiarazione di intenti l’immagine che il critico letterario Domenico Calcaterra ruba a Balzac per dare il titolo alla sua raccolta di approfondite recensioni, Niente stoffe leggere, Meligrana Editore – Priamo 2013: la critica, dice il personaggio di Lousteau nelle Illusioni perdute, “non è una spazzola che si può usare sulle stoffe leggere, o si porterebbe via tutto”. Un’affermazione che conduce a due generi di riflessione, l’una statistica, l’altra concettuale. Ci si potrebbe infatti chiedere quante opere di narrativa, oggi, resisterebbero a una simile spazzola; domanda retorica: anche ammesso che alcuni romanzi meritino l’attenzione del critico, pochissimi resisterebbero. Volendo prolungare con effetti comici la metafora tessile (fra tessuti e testi esistono chiare parentele etimologiche), si potrebbe immaginare sui romanzi un’etichetta del tipo di quelle che vengono cucite sugli abiti, e che vietano di volta in volta il candeggio, la centrifuga e così via. Potrebbe essere lo stesso autore, perché no, a pregare il critico di tenersi alla larga dal suo romanzo, perché opera costituzionalmente inadatta a letture analitiche, che “lo rovinerebbero”. Astenersi critici… Del resto, così come non si chiede la carta di identità ad un topo, così non si dovrebbe pretendere contezza di sé agli scrittori che non desiderano partecipare al great game del canone, o della storia della letteratura.
La seconda riflessione tocca lo stile interpretativo di Calcaterra, legato ad una visione della critica di tipo parzialmente provocatorio. Non si tratterebbe, cioè, di “ridire” l’opera, ma di sottoporla a un test che potrebbe anche avere aspetti leggermente aggressivi: proprio come alcuni periodici, per recensire una nuova autovettura, la sottopongono a una serie di stress. Operazione della quale, beninteso, si avvantaggia l’utente finale, sia esso un automobilista o un lettore. Questo non significa che Calcaterra non sia in grado di distillare l’essenza di un autore, al contrario: si potrebbe invece affermare che solo il testo che ha superato la prova della robustezza merita il passo successivo, quello che implica una certa specularità fra romanzo e recensione.  E quanto alla specularità: quando, a proposito di Claudio Morandini, Calcaterra scrive che l’autore di A gran giornate “giuoca, a carte scoperte, in minore, il gioco dell’allegoria contemporanea d’una umanità spaventata, dove il terrore ontologico viene esorcizzato (anch’esso il più antico e letterario dei rimedi) con l’anestetizzante placebo d’un registro comico che deborda a tratti nell’assurdo, arpeggiando l’allegra profezia dell’irrimediabile dipartita di ciascuno e dello scongiurabile (non sappiamo ancora per quanto) sfasciarsi della sintassi del mondo”; be’, non c’è dubbio che qui Calcaterra rivela le abilità che distinguono il critico di vaglia dal dilettante o dall’apprendista stregone. La stessa pertinenza e perspicacia critica rivelano le pagine destinate al Trevi, straordinario, di Qualcosa di scritto, e a molti altri autori recensiti. Ma non vorrei fare a Calcaterra ciò che lui ha fatto, in questo volume, a Baldacci e ad altri critici (Serra, Borgese, Onofri…), preferendo soffermarmi su un paio di punti che mi sembrano caratterizzanti, e che mi spingono a vedere nelle pagine di Niente stoffe leggere un’aria di famiglia. Per cominciare, la predilezione per lo “stile del saggio” e il fastidio verso gli eccessi metodologici che hanno dominato nella stagione dello Strutturalismo e della Semiologia. Calcaterra, che si è addottorato in Letteratura Italiana presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Sassari e ha all’attivo una monografia su Consolo, è metodologicamente agnostico. “Qualcuno”, scrive Calcaterra”, ha voluto ridurre il Montale sentimentale di Ficara a nulla più che un attraversamento anti-filologico e mimetico-impressionistico, accostandolo, per strategia argomentativa, all’ibrido esperimento saggistico-narrativo (peraltro riuscito) tentato da Emanuele Trevi con l’ultimo Pasolini di Petrolio, nel segno di una presunta corruzione di consolidati canoni di accertamento critico, come se ne esistessero poi di imprescindibili e fissati una volta per tutte”(corsivo mio). A un simile scetticismo dà man forte anche un critico come Baldacci: “E già il solo tirare in ballo il concetto di verità basta per comprendere la sua radicale avversione per il colossale equivoco della letteratura ridotta a scienza e, di conseguenza, dell’accertamento critico destituito di valore e tutto basato sull’indiscriminato ricorso a un metodo, come quello sociologico-strutturalista, d’universale applicazione; quando piuttosto il critico, dovendo essere, come voleva il Fortini di Verifica dei poteri, «il diverso dallo specialista», dallo scienziato delle lettere, deve riuscire, sempre muovendo da una precisa occasione, a «parlare di tutto», potersi muovere in libertà nello specchio di continuata e reciproca rifrazione tra letteratura e vita.” Si può discutere una disinvoltura teorica che, lasciando le mani libere al critico, ne indebolisce la pretesa di universalità; eppure le cose migliori uscite negli ultimi vent’anni sono nate dalla penna di straordinari saggisti; basterebbe fare i nomi di Steiner o di Bloom, per esempio. Aggiungerei che il termine di “autobiografia”, che ricorre spesso in questa raccolta, soprattutto nella sua matrice storico-sociologica, cioè gobettiana, è un contrappeso al concetto cartesiano di metodo. La storia personale (anche la storia personale della nazione) tiene luogo ed è più affidabile del “pezzo di carta”, sempre falsificabile, e delle credenziali, sempre dubbie. Questa era anche la convinzione di Sciascia. Ma il discorso porterebbe lontano, e costringerebbe a riaprire il dossier di quella Dialettica dell’Illuminismo che Calcaterra, peraltro, discute in alcune pagine di Niente stoffe leggere.
L’altro aspetto rilevante è che le letture di Calcaterra, in parte, rettificano lo scavalcamento teorico della prefazione avanzando una tesi organica sullo scrivere: secondo l’autore, la letteratura che incide di più è quella che non parte dalla realtà, né la imita, né vuole redimerla, ma se ne allontana nel modo più deciso. Giocando con una celebre coppia di termini, si può dire che la letteratura che ha Wirklichkeit (realtà intesa come effettualità) è quella che si disinteressa della Realitaet (realtà intesa come orizzonte passivo del dato). La (trattenuta) stroncatura del pamphlet di Shield Fame di realtà, e soprattutto l’irresistibile recensione di un libro addirittura di Gene Gnocchi (a proposito del quale, leggendo Calcaterra, si ha l’impressione di essere di fronte ad un nuovo Diario minimo, che avrebbe meritato maggiore attenzione) sono eloquenti: il luogo comune della "fine della storia", che dell’ossessione realista è un derivato, ridotto ormai a cascame, dovrebbe suscitare solo parodie come quella di Gene Gnocchi, non saggi filosofici o digressioni sull’esaurimento del genere romanzo. Scrive Calcaterra: “Trovo più che mai auspicabile il ritorno a una letteratura, una narrativa che non sia immediatamente rivolta al racconto in presa diretta della realtà. E reputo oltremodo necessari e preziosi libri (e dunque autori) che conservino oggi il coraggio intellettuale di andare, in tempi di facile e scontato iper-realismo, tanto nella lingua quanto nella scelta delle cose da raccontare, controcorrente.” Sono parole, peraltro lusinghiere, destinate al sottoscritto, ma vorrei che fossero considerate come una preziosa indicazione valida per tutti, una bussola utile a non perdersi nelle trappole, in genere demagogiche, di cui è costellato il cammino dello scrittore.


lunedì 17 giugno 2013

Nemmeno i banditi



C'è un Paese dove esiste un'associazione di Amici della Domenica, i cui statuti non contemplano la virtù della trasparenza, ma che è rispettata, e che ogni anno assegna a uno scrittore un premio, il premio Strega. In passato la struttura dell'associazione era, dal punto di vista della teoria dei governi, dispotico-illuminata, come i regni di Federico II di Prussia, Maria Teresa d'Austria o Caterina di Russia: gli Amici sceglievano chi volevano loro, ma lo facevano nell'interesse dei lettori, per cui di solito premiavano grandi autori. Di un regime costituzionale, nemmeno a parlarne; però la cornice paternalistica veniva parzialmente riscattata dalla condivisibilità della scelta.
Un brutto giorno, l'associazione divenne dispotico-arbitraria: come i Borbone di Napoli, i peggiori zar o il  Sultano della Sublime Porta. Oltre a scegliere senza dover render conto a nessuno, gli Amici cominciarono a selezionare i vincitori in base a un solo criterio: quello dell'interesse. Il loro, non quello dei lettori. Premiando opere scadenti, insignificanti o brutte.
Da allora, gli autori "rispettabili" fanno le mostre di disprezzare lo Strega. Peccato lo facciano finché non vengono invitati a partecipare al premio. In questo caso, si comportano come si comportò il Papa quando ricevette un invito da Pinochet: invece di rifiutare, come farebbe istintivamente chiunque ("io non stringo la mano a certa gente") sviluppano il seguente argomento: "Se mi ha invitato, è perché vorrebbe cambiare; anzi, perché sta già cambiando; ma che dico: perché è già cambiato. Altrimenti non avrebbe invitato una persona onesta come me!"
Quando comincia la gara, aihmè, l'autore fiuta l'aria che tira e comprende subito che ha preso un abbaglio: il Sultano non è cambiato, non sta cambiando e probabilmente, anche se va in giro a dire il contrario ai giornalisti, nemmeno vuole cambiare.
A questo punto l'autore, preso in contropiede, non se ne va sbattendo la porta, no: piuttosto rimane e sviluppa in tutta fretta un secondo argomento auto-assolutorio; un argomento, per così dire, di scorta: ipotizza che il "sistema", quantunque scellerato, per una volta possa generare un risultato onesto. Sì, i miei giudici sono corrotti, ma stavolta gli interessi dei lettori, quelli degli Amici e quelli delle case editrici sono gli stessi, e quindi... La mia vittoria, direbbe la logica medievale, è formaliter impresentabile, ma materialiter pulita. Anche Mefistofele, nel Faust, ammette qualcosa del genere. Hitler ha sconfitto la disoccupazione, Mussolini faceva arrivare in orario i treni: perché gli Amici della Domenica non potrebbero premiare me?
Quando perde - e questo tipo di scrittore perde sempre - l'autore "rispettabile" corre di nuovo ai ripari e brandisce un terzo argomento: "Qualcuno (cioè qualcuno dei delinquenti che speravo nel frattempo si fossero redenti: di solito gli editori che lo hanno convinto a partecipare a quel gioco al massacro con contentini che è lo Strega) non ha mantenuto la parola". Egli non cerca più di scagionare gli Amici, come all'inizio. Non prova nemmeno a scagionare se stesso. Cosa può fare, se non aggrapparsi all'origine immemoriale del diritto? Pacta sunt servanda. E ha ragione, anche se si tratta di una ragione residuale, a protestare: infatti, come scriveva Leibniz nei Nouveaux essais, anche i banditi hanno delle regole, e di solito le rispettano. Leibniz, che è stato fortunato: perché non ha avuto l'occasione di conoscere l'Italia di oggi; dove le regole non le rispettano nemmeno i banditi. E questo potrebbe essere un quarto - e per fortuna ultimo - argomento.

domenica 30 dicembre 2012

Il giorno di Natale

Il giorno di Natale Claudio Morandini ha pubblicato sul suo blog Iperboli, ellissi un'acuta recensione della Gallina. Di Morandini, dopo essermi occupato sul Giornale dello straordinario A Gran giornate (La linea, 2012), sto leggendo ora l'altrettanto notevole Rapsodia su un solo tema (Manni, 2010). Si tratta, semplicemente, di grandi romanzi, che solo il filisteismo e la diffusa pochezza culturale patri destinano ad un pubblico di happy few.
Copio qui il testo della recensione, ma tutti sono invitati a visitare il sito originale, che contiene altre pagine critiche di (e su) Morandini:

http://ombrelarve.blogspot.it/


martedì 25 dicembre 2012

Letture: Fabrizio Ottaviani, "La gallina"

Di Claudio Morandini 
Come in un film di Buñuel, o in una pièce di Ionesco, i quattro protagonisti de “La gallina”, il vivace e originale romanzo di Fabrizio Ottaviani pubblicato da Marsilio nel 2011, restano prigionieri di una situazione paradossale e vischiosa, nell’appartamento di lusso al settimo piano in cui si svolgono quasi tutte le scene.
Un giorno una vecchia misteriosa consegna una gallina (una strana gallina, dalle lunghe e robuste zampe da rapace, dall’intestino indomabile, dal puzzo intrattabile). Il maggiordomo crede che sia un’eccentricità della padrona di casa, Elena De Giorgi, o del marito, Massimiliano, non rifiuta la gallina, aspetta ordini. Da quel momento la bestia si aggirerà per le sale dell’appartamento come un ingombrante, corporalissimo spettro, anche spaventoso quando agita le ali e tenta brevi voli, e condizionerà le vite dei protagonisti, portando in superficie conflitti latenti, agendo insomma come elemento scatenante. Cercheranno di sbarazzarsene, invano. Cuoca (Irene) e maggiordomo (Adelmo) ricorreranno ai più vari espedienti, fallendo sempre, mentre la loro rivalità si accentua, e il fallimento dell’uno diventa occasione di rivalsa per l’altro. Dubbi, debolezze, ripicche e incomprensioni condiscono anche la relazione tra i due padroni di casa. In mezzo a tutto questo, si manifesta la gallina, ostinata, incomprensibile come la proibizione a uscire dalla stanza dell’”Angelo sterminatore” di Buñuel, o il moltiplicarsi di sedie o l’ingigantirsi di un cadavere ne “Le sedie” e “Amedeo o come sbarazzarsene” di Ionesco (ma mi è venuta in mente anche la “scimia” de “Le due zittelle” landolfiane).
Nella seconda parte del romanzo la presenza della gallina avrà conseguenze nefaste, tragiche, secondo un ben orchestrato crescendo, quando diventerà oggetto di trame da parte di finti amici e veri rivali dei coniugi De Giorgi, pronti a sfruttare l’ospite sgradito e le rivalità dei due domestici per sbalzare Massimiliano e Elena dai loro posti di potere. Qui gli spazi si ampliano, arrivano a cogliere grattacieli dall’architettura imponente ma traballante, strade trafficate, tribunali ospitati in edifici incongrui, il tutto in un’atmosfera di caos imminente, di prossimo tracollo. Intanto però qualcosa continua a ricordarci che lassù, nell’elegante appartamento anche un po’ kitsch al settimo piano, continua a razzolare la gallina da cui tutto è partito.
Ne “La gallina”, la comicità di molte situazioni nasce dall’incongruo di una bestia produttrice indefessa di escrementi e piume e puzza in un contesto di almeno apparente impeccabilità; dall’inadeguatezza dei sistemi nell’affrontare il problema; dalla compostezza recitata anche nei momenti più agitati dai ben educati personaggi; dalla decelerazione delle reazioni mentali, dal ragionare ossessivo, dalla vivacità al rallentatore delle scene, rese quasi oniriche da uno stile narrativo fuori dal tempo, attento ai minimi dettagli, amante delle ricercatezze, con effetto talvolta raggelante; dal grottesco di carattere teatrale di certi momenti (l’arrivo delle amiche della signora, la lunga, stralunata scena con la guardia medica, la scena degradante in tribunale, il consiglio di amministrazione all’ultimo piano di un grattacielo pericolosamente oscillante al vento, la veglia funebre colta attraverso gli occhi e le orecchie della gallina accovacciata nella bara); dallo smascheramento e capovolgimento delle più rassicuranti convenzioni sociali e familiari. Tutto questo, oltre che comico, suona anche francamente angoscioso, certo.
Chi è la vecchia che ha consegnato la gallina, e a quale scopo? Questa domanda, che attraversa ancora i primi capitoli, verrà quasi dimenticata, per effetto dell’emergenza data dalla presenza della gallina. Tornerà verso la fine, senza trovare risposta, o meglio trovandone parecchie, tutte possibili ma insoddisfacenti. Il mistero, per fortuna, rimane, infilato in un finale parzialmente lieto, sorprendente ma del tutto coerente.



venerdì 28 dicembre 2012

La forma del fuoco


"E feci quello che ho sempre fatto in questi casi: me ne andai di testa..." Ultimo rampollo di una dinastia nata con il Tristram Shandy di Sterne, anche Giuseppe, il protagonista del romanzo d'esordio di Christian Raimo Il peso della grazia (Einaudi, 455 pagg., 21 euro) è incapace di concentrarsi per più di pochi istanti su una singola cosa. Non sa chiudere un discorso, liberarsi di uno scocciatore, mettere il punto a un capitolo della sua esistenza. Persino quando osserva gli oggetti più banali tende a “sfondarli”, a tuffarsi nella loro essenza fatta di elettroni e di forze elementari, e questo non solo per deformazione professionale (ha ricevuto un finanziamento dall’università per una ricerca che ha lo scopo di stabilire, più o meno, quale sia la forma del fuoco). Il problema è che il lavoro che svolge in laboratorio è lo stesso che lo strema nella vita quotidiana: trovare un sistema per domare la sfiancante complessità del mondo.
Provate anche voi a mettere d’accordo un amico polacco con la tendenza all'autolesionismo; un padre che vive in una masseria, in Puglia; una fidanzata oculista conosciuta al pronto soccorso e abbastanza colta da stenderlo con la lista completa dei ciechi famosi (Omero, Milton, Borges...), prima di accettare una corte talmente svagata da funzionare alla perfezione. E poi, sullo sfondo, una fede frutto di letture non esattamente parrocchiali (Karl Rahner, Pierre Duhem, Jean-Luc Marion) cresciuta sotto un cielo romano di precariato che però miracolosamente non impedisce lo sviluppo di una bella storia d’amore, con tanto di misteriosa “sparizione” e un happy ending che ammicca alla commedia americana...
La vita a n-dimensioni di Giuseppe è una sorta di Vita agra 2.0: mille piani esistenziali che interferiscono, producono smottamenti e piccoli terremoti, si negano l’un l’altro (a cominciare dallo scontro fra fede e scienza) o si sostengono a vicenda senza mai pretendere il conto. La questione, allora, non è chiedersi se Il peso della grazia sia un romanzo riuscito o un coacervo disorganico che mette troppa carne al fuoco. Prima, bisognerebbe domandarsi quanto la nostra trafelata vita assomigli a quella di Giuseppe; e poi, se la forma classica del romanzo, con la sua pitagorica “normalità”, sia ancora in grado di raccontarla senza perdere un briciolo della sua cristallina o arborea eleganza.

domenica 9 dicembre 2012

Imprecisato ruscello



Comincio a chiedermi se qualcuno si è accorto che la regia di Claus Guth, molto fischiata, del Lohengrin milanese evoca non già un imprecisato "ruscello", come afferma Paolo Isotta sul Corriere della sera, ma il death by water nelle paludi dello Starnbergersee immortalate da Visconti nella sequenza finale di Ludwig; per cui il tremore di Lohengrin non sarà dovuto ad un Parkinson, come pure si è letto in questi giorni sulla stampa nazionale, semmai ad un ricercato (quantunque, fino a prova contraria, balordo: perché non risulta che il duca di Baviera volesse essere amato senza rivelare la sua origine) parallelismo con il nevrotico finanziatore del teatro di Bayreuth.

martedì 9 ottobre 2012

Cuore di latta



Negli ultimi anni Sebastiano Vassalli ha pubblicato volumi generalmente ottimi, dove le vicende più varie diventano uno strumento perfetto - quasi un megafono - nelle mani del severo moralista che lo scrittore della Chimera è e vuole essere. Una severità che traspare persino dai risvolti di copertina, nei quali immancabilmente compare la formula (a dire il vero leggermente comica) “Per volontà dell’autore questo romanzo non partecipa a premi letterari”. Dell'autore: nel caso a qualcuno venisse il sospetto che non vi partecipi per volontà dell’editore, o magari dei giurati... In realtà, l’estraneità di Vassalli a certa cattiva società letteraria è una conseguenza del suo fastidio verso il nostro tempo, come rivela la fiaba atipica di Comprare il sole (Einaudi, 180 pagg, 18 euro).
Il personaggio principale del romanzo, Nadia Motta, vive in un mondo infestato dalle virgolette. Studentessa di psicologia, Nadia ogni tanto va “a dare un esame”, si paga gli studi facendo la “baby sitter”, apprezza la stagione (felice su tutte, chiosa sarcastico Vassalli) dei “saldi”. Poi, un giorno, acquista un biglietto della lotteria e vince ventisei milioni di euro. Avere in tasca una somma simile le consente di liberarsi in un batter d'occhio del fidanzato (che lei chiama “il mio babbeo”) e della madre troppo invadente, una femminista storica tutta gonne lunghe e scialli di lana. Dopodiché, piena di quattrini, Nadia può felicemente incamminarsi verso il suo paradiso personale: un gigantesco outlet, variante postmoderna del mito novecentista dei grandi magazzini. “Perché i soldi non danno la felicità, ma tutto il resto sì”. Ancora qualche settimana e un suo amico professore, dopo averle spiegato che non basta avere un conto in banca a sei zeri per essere considerati ricchi, le presenterà un avvocato il quale saprà investire l'inattesa fortuna in alcune società offshore, con i risultati che si possono immaginare.
Favola atipica, si diceva, e non solo per l’argomento. Il fatto è che nella nostra cultura, per complesse ragioni cattoliche, marxiste o wagneriane, siamo convinti che il denaro uccida l'amore e che la ricchezza, la ricchezza vera, sia incompatibile con la spontaneità di ogni sentimento. Ma Nadia aveva il cuore di latta anche quando era povera e quindi, a parte un po' di virgolette, dalla vincita alla lotteria non ha nulla da perdere. Che Vassalli, con la consueta spietatezza, stia avvertendoci che ormai è troppo tardi per tutto, anche per approfittare della nostra mancanza di umanità?

domenica 23 settembre 2012

Del maggiore scrittore italiano


Nel 2008, in occasione del centenario della nascita di Claude Lévi-Strauss, Alberto Arbasino tornò a viaggiare nei luoghi di Tristi tropici, lo straordinario diario amazzonico con il quale nel 1955 il grande antropologo francese rischiò di vincere il premio Goncourt. Di questo viaggio si pubblica oggi il resoconto (Pensieri selvaggi a Buenos Aires, Adelphi, 125 pagg., 10 euro). Notoriamente impermeabile alle suggestioni primitiviste o terzomondiste, e dunque refrattario alla fascinazione etnologica o radical chic per gli indigeni delle foreste sudamericane, Arbasino  accantona subito il relativismo di Lévi-Strauss a vantaggio di un orgoglioso cosmopolitismo di marca occidentale. Tutto riconduce all’Europa: il Palazzo del Governo di Lima e la cattedrale di Buenos Aires rinviano rispettivamente a una centrale nucleare e a una stazione parigina, mentre “Il complesso di Santa Rosa a Lima, a Lima appare molto più trafficato del popolare corso Buenos Aires a Milano al culmine delle liquidazioni”. Quanto a Santa Rosa, impossibile non farle evocare i facchini che a Viterbo, una volta l’anno, trasportano per i vicoli della città una "macchina che pesa cinque tonnellate". Legioni di lettori si sono sentite infastidite da questa folle corsa al rimando, qui persino più accentuata del solito. Non hanno tutti i torti, certo; ma neanche tutte le ragioni. Due, infatti, sono i modi in cui i grandi scrittori maturano e invecchiano: radicalizzando il loro atteggiamento fino a diventare impervi (è il caso, per esempio, di Joyce) oppure raggiungendo un’impressionante, ma umana maestria (ed è il caso, oggi, di Philip Roth). Perché mai si dovrebbe negare ad Arbasino il diritto di ricadere nella prima categoria? In fondo, stiamo parlando del maggiore scrittore italiano. Agli ultimi riottosi, allora, a coloro che dell’autore di Fratelli d’Italia detestano le articolesse comparse su Repubblica o i "pizzini" inviati al Corriere, vorremmo dare un piccolo suggerimento: di sfogliare con attenzione le pagine finali di Pensieri selvaggi a Buenos Aires. Contengono una splendida intervista di Arbasino a Borges, risalente al 1977. Vi si discetta di realismo e di immaginazione, e lo si fa con profondità, competenza e un pizzico di birichineria. E forse, con un po’ di ottimismo si potrebbe osservare che tante noiose polemiche sul realismo non ci sarebbero state, se avessimo per tempo dato retta alle parole di Borges.

lunedì 10 settembre 2012

Mai sotto Čechov

L'escursione dovrebbe durare circa due ore, ma a giudicare dagli sguardi dei partecipanti sono in pochi a crederci; anche perché è notte fonda e ha piovuto tutto il pomeriggio. Al campo base ci sottopongono ad un briefing; poi, dopo averci consegnato un lungo bastone dalla punta luminosa, che dovrebbe impedirci di precipitare in qualche burrone, si parte. All'inizio la pendenza è appena percettibile, ma ben presto la passeggiata diventa una scalata di terzo grado. Si inciampa nella brughiera, si scivola sulle pietre bagnate. Ma quando finalmente si arriva in cima all' "Arthur seat", lo sperone roccioso che domina Edimburgo, si riconosce che ne valeva la pena: avere la città ai piedi ripaga della fatica e dell'incipiente raffreddore. Mentre godiamo il panorama, nell'aria gelata si diffonde una musichetta proveniente dai nostri buffi bastoni laser, ognuno dei quali contiene un microchip che ha memorizzato ogni movimento e lo trasforma in suono.
Nella capitale della Scozia l'estate del 2012 sarà ricordata probabilmente per lo Speed of Light, un po' scampagnata notturna e un po' puttanata new age. Quello che non si vede dall' "Arthur Seat" è che nel mese di agosto la popolazione cittadina raddoppia ed Edimburgo, letteralmente, scoppia: di turismo, di musica, ma soprattutto di teatro. Due dei quattro festival in corso (gli altri sono l'"International book festival" e il "F.O.P.", dedicato alla discussione politica) curano in particolar modo l'arte della recitazione. L'"Edinburgh International Festival" è la rassegna ufficiale, alla quale partecipano le compagnie più affermate, mentre il "Fringe", il festival della "frangia" esclusa dal circolo dei privilegiati, è un immenso calderone nel quale bollono quasi millenovecento spettacoli. Ma chi credesse che sperimentazioni sovralunari e novità mozzafiato siano appannaggio del "Fringe" può iniziare a ricredersi. E' solo un'impressione, ma si ha il sospetto che nel festival internazionale dominino le opere sperimentali, spesso deludenti; mentre anche il più ambizioso degli spettacoli del "Fringe" poggia i piedi per terra. Il contrario, insomma, di ciò che accade in Italia, dove ciò che è sperimentale non può né deve mai essere "ufficiale".
Cominciamo con la rassegna più prestigiosa. L'attesissima trasposizione teatrale dei Viaggi di Gulliver, ad opera del romeno Silviu Purcărete, ha deluso. Prima che inizi lo spettacolo cinque inquietanti donne-giumenta, appartenenti al popolo immaginario degli Houyhnhnms, zoppicano nella penombra, promettendo efferatezze. E le scene sono indubbiamente meravigliose: una luce da solare granaio balcanico fa splendere i quintali di paglia distribuiti sul palcoscenico per consentire a un cavallo vivo di muoversi fra gli attori. Ma lo sviluppo drammatico è esile e ignora la struttura del celebre romanzo di Swift, trattato alla stregua di un banale misantropo irlandese. Nel Macbeth del polacco Grzegorz Jarzyna, ambientato in un generico Medio Oriente, Macbeth è un graduato che atterra con l'elicottero su un bunker infestato da musulmani ("Here is major Macbeth, and I'm landing!"); a parte questo, il Medio Oriente presta alla pièce solo l'atmosfera, e poco altro. In Tatyana una decina di ballerini brasiliani cercano di danzare come i loro colleghi del Bol'šoj, con i risultati che è facile intuire. E appartiene al festival ufficiale anche il velleitario Speed of light.
Se invece dall'"Edinburgh International Festival" ci spostiamo al "Fringe", salta subito agli occhi una concretezza tutt'altro che sperimentale, e a volte persino reazionaria. Maurice's Jubilee, storia di un gioielliere al quale Elisabetta II, il giorno della sua incoronazione, promette che sessant'anni dopo verrà a cercarlo, è basato su un copione antidiluviano che potrebbe essere di Oscar Wilde, basta sostituire la regina Elisabetta con la regina Vittoria. In Still life Sue MacLaine, attrice di vaglia che in passato ha affiancato gente del calibro di Kennet Branagh, recita completamente nuda mentre gli spettatori, ai quali è stata consegnata una matita affilata e dei fogli da disegno, devono ritrarla. Dietro l'originalità della "trovata", però, si cela il classico monologo autobiografico, travestito da corso di pittura. The Sh*t!, la produzione orgogliosamente italiana con cui Cristian Ceresoli e Silvia Gallerano hanno conquistato la rocca impenetrabile della critica britannica, dal Time's al Guardian, mostra l'orrore prodotto dalla forzata convivenza fra la società dello spettacolo e la morale ipocrita distribuita in dosi massicce al popolo per "tamponare" gli effetti di quella stessa società, ma lo fa senza perdere di vista gli strumenti del teatro, in questo caso il corpo nudo e vociferante dell'attrice. Gli esempi si potrebbero moltiplicare: uno spettacolo di marionette trabocca di rinvii al mito di Orfeo, ma li irregimenta in una trama di ferro che appassiona i bambini; una commediaccia sulla storia del Regno Unito è piena di arti amputati e di secchi di finto liquame lanciati sul pubblico esilarato, eppure spinge al pacifismo più di venti Marco Paolini. Il risultato? Platee strapiene e recensioni positive: nel paese di Thackeray il segno distintivo del grand'uomo è ancora il successo; mentre per noi italiani, che prolunghiamo la linea Adorno-Fortini, il successo testimonia piuttosto di una truffa in corso. Ecco allora, da noi, le filodrammatiche che non scendono mai sotto Čechov, le villette di campagna che volendo essere palladiane distruggono il paesaggio, gli imprenditori dilettanti che fanno il passo più lungo della gamba e poi si lamentano dello Stato che non li sostiene. E naturalmente le compagnie di attori che svuotano sistematicamente i teatri, e poi pretendono un salvagente.

lunedì 30 aprile 2012

Dalla politica, e dal Portogallo


Dopo la morte di Tabucchi, molti amici hanno provato a farmi cambiare idea, prestandomi raccolte di racconti, romanzi ecc. Queste premure non solo non hanno ottenuto il risultato sperato, ma sono state controproducenti ed hanno confermato il mio pregiudizio sullo scrittore, perlomeno finché non ho ascoltato il parere di Manuel Burderi, e mi sono fatto mandare una copia di Notturno indiano. Dopo averlo letto, mi sono convinto che Antonio Tabucchi sia stato un grande scrittore rovinato da due cose: dalla politica, e dal Portogallo.

venerdì 23 marzo 2012

Humor nero


 Domenico Calcaterra (nella foto). "La gallina" di Fabrizio Ottaviani. Articolo comparso nel sito Sul romanzo,
http://www.sulromanzo.it/

Trovo più che mai auspicabile il ritorno a una letteratura, una narrativa che non sia immediatamente rivolta al racconto in presa diretta della realtà. E reputo oltremodo necessari e preziosi libri (e dunque autori) che conservino oggi il coraggio intellettuale di andare, in tempi di facile e scontato iper-realismo, tanto nella lingua quanto nella scelta delle cose da raccontare, controcorrente. A confermarmelo, semmai ve ne fosse stato bisogno, l'ottimo esordio romanzesco di Fabrizio Ottaviani, finora conosciuto e apprezzato come brillante critico militante de «Il Giornale».
Con il suo La gallina (edito da Marsilio), Ottaviani ci regala infatti una storia di scarna essenzialità narrativa, attingendo con sorvegliata misura ai toni esilaranti della farsa, qui marcatamente virati di humor nero.
Un bizzarro e buffo dono, la gallina del titolo appunto, recapitata da una misteriosa vecchia abbigliata come uno spaventapasseri in casa di Elena e Massimiliano De Giorgi, stimata famiglia dell'alta borghesia d'una ricca imprecisata cittadina europea, diviene l'inatteso elemento dirompente a spazzare e mettere in crisi la presunta normalità della vita dei coniugi (e dei domestici di casa), fino all'inevitabile catastrofe (che sin dal sinistro avvio viene lasciata facilmente intuire al lettore): la «caduta di casa De Giorgi». Dall'interrogarsi sul mistero di quel curioso regalo alla necessità di sbarazzarsene in fretta per ragioni di decoro e rispettabilità, la carica distruttiva innescata da quella indesiderata e inquietante presenza animale segna un'escalation di lacerazioni e attriti, invidie e ripicche, debolezze e pretenzioni. La gallina, fungendo da detonatore assurdo, risulta essere dunque la vera protagonista della storia, allegoria della condizione umana, o meglio della miseria morale dalla quale non salva nemmeno l'accomodante bugia di «un'abitudine senza usura»; che quando si spalanca, lucido, lo sguardo sulla desolante regione del nostro quotidiano, la minaccia d'estinzione già incombe. Ma funziona forse e ancor più come impietoso monito contro ogni trascurato cedimento, smarrimento privato o collettivo.
Come a voler far conoscere i singoli universi esistenziali d'ognuno, Ottaviani fa entrare in scena ciascun personaggio nel momento cruciale dell'incontro con la spiazzante grottesca novità, costruendo un simmetrico contrappunto di rapporti e alleanze incrociate tra le due coppie: i padroni di casa Max ed Elena e i due domestici, il maggiordomo Anselmo e la cuoca Irene, «copia attiva» e rissosa dei loro padroni; tutti presto inesorabilmente coinvolti in un'asfissiante spirale di crescente ottusità. A suggellare lo «stigma del grottesco» non poteva infine mancare il risvolto legale, similkafkiano, della faccenda, con tanto di celebrazione di un paradossale processo per corruzione di cui il sinistro dono costituirebbe la prova (di scoperta ascendenza kafkiana riescono inoltre taluni luoghi come il tribunale fatto di lastre trasparenti di cristallo, perché tutti possano seguire dall'esterno lo svolgimento d'ogni processo, e l'imponente sede delle Nuove Imprese Stabili, nel cuore della città, un grattacielo-pendolo in vetrocemento dal precarissimo equilibrio).
Asciutto, nel suo prefigurarsi come minimale meccanismo, esperimento narrativo più che vera autentica narrazione (tanto che sin da subito monta la curiosità per il lettore di sapere fin dove lo scrittore voglia menare la danza), il teatrino grottesco allestito da Ottaviani colpisce per il suo filare dritto al punto, con implacabile, appuntito e chirurgico dettato, senza sbavature e mai nulla concedendo a leziosi indugi di colore.  
Ottaviani, infine, non rinuncia a raccontarci, epperò sempre nella sua maniera allegorica, della storia attuale del nostro Paese, quando inserisce nel romanzo quel medaglione figurale (quasi una visione decontestualizzata dal resto) del ragazzino che si affretta ad abbozzare sulle pareti translucide del palazzo di giustizia una mongolfiera tricolore che trascina in cielo due passeggeri: uno ghignante e armato di lanciafiamme, l'altro che tenta di bloccarlo, ma terrorizzato di compromettere del tutto la gita in pallone. Un'iconetta assai eloquente (più di mille spiegazioni) sull'Italia e il carattere bifronte degli italiani.

mercoledì 7 marzo 2012

In onda alle sei, quando il cervello è più reattivo




http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-63cdb7d3-3301-4979-a946-05b36191aaec.html

Una patina di vetustà





  Caterina Falotico Vitelli su Fabrizio Ottaviani, La gallina, Marsilio. Recensione comparsa nel numero 267 (gennaio-febbraio 2012) de L'immaginazione.


Già da qualche tempo Fabrizio Ottaviani, nella veste di critico letterario, si è posto il problema del perché in Italia, a differenza di altri Paesi, non sia mai nato il "Grande Romanzo Leggibile", rimanendo così la nostra editoria bloccata nell'impasse fra brutti best seller e libri belli ma senza vendita e senza lettori.
Intanto lui ci prova esordendo con La gallina, un'opera che, come l'animale protagonista, mira a creare scompiglio all'interno di consuetudini consolidate nella narrativa oggi prevalente.
Il romanzo vive di mistero e nel mistero, impegnando il lettore in un non facile lavoro ermeneutico alla ricerca di un significato. Ma il senso ci sarà mai? O è anch'esso una sovrastruttura del pensiero, un baluardo per addomesticare ciò che non è addomesticabile? La gallina, animale apparentemente familiare, cola in sé la lontana origine rapace o di leggendario drago che nell'iconografia religiosa soggiace a un san Michele vittorioso. Qui, invece, è il santo a soggiacere al drago, è l'essere che si ritiene superiore a retrocedere verso una progressiva degradazione fino all'inarrestabile catastrofe.
Questo libro va letto come un sogno e ai sogni non si richiede né la coerenza logica né l'esattezza in qualche modo mimetica del reale. L'autore lascia di proposito in sospeso il luogo e il tempo che fanno da sfondo alla vicenda narrata, avvolge di ambiguità i fatti, come pure i personaggi, peccatori o innocenti, inetti o cinici, sentimentali o glaciali a corrente alternata.
Il tono è a tratti fiabesco con una patina di vetustà che non impedisce squarci di una ben nota contemporaneità. C'è un interno di casa altoborghese con tanto di maggiordomo in livrea, cuoca, busti marmorei e quadri antichi alle pareti; ma ci sono anche un'azienda-grattacielo dalla fragile aerodinamica, dove si complotta con spietata logica economicistica, e un tribunale dalle pareti trasparenti, palcoscenico popolare di una giustizia-spettacolo.
Fabrizio Ottaviani ha voluto tenere insieme l'immaginario e la realtà, facendo convergere "due termini che se vengono contrapposti formano una delle antitesi più fumose". E ci è riuscito scrivendo un romanzo senz'altro intelligente e provocatorio, anche se a tratti appesantito da qualche allegorismo di troppo. Ma anche avrebbe giovato a quella leggibilità invocata dallo scrittore un alleggerimento della parte iniziale che certo risponde allo scopo di creare un alone di irrealtà, imbarazzante e grottesca, intorno agli i inutili quanto rocamboleschi tentativi di uccidere nientemeno che una gallina! Un gesto facile, ordinario che qui si complica - c'è persino i l ricorso ad un chimico facitore di veleni, metà mago metà gaglioffo- in un crescendo di sospetti malintesi illazioni culminanti in una nottataccia al cui confronto la notte degli imbrogli di manzoniana memoria è poca cosa.
Da questo punto in poi la narrazione trabocca di trovate che suscitano sconcerto e stupore, amarezza e comicità, insieme alla sensazione di trovarsi dinanzi ad un beffardo nonsense. In un clima da tragicommedia diventano facili bersagli certi cliché letterari che appartengono al noir e al racconto psicanalitico: la fuga disperata della cuoca Irene nel cuore della mezzanotte per sfuggire al suo inseguitore, un Adelmo trasformatosi in "spietato imperatore cinese"; l'affiorare inatteso di traumi infantili nella confessione-rivelazione del maggiordomo; l'origine familiare alla base dell'ossessione investigativa del medico di guardia.
Pochi i fatti di questo romanzo e si svolgono prevalentemente nell dimora dei potenti coniugi Elena e Massimiliano De Giorgi. Qui, un giorno qualunque, un vecchia vestita da spaventapasseri consegna all'imbranato maggiordomo Adelmo una gallina viva, e lo fa con la perentorietà  e la naturalezza di una fornitrice che esegue una disposizione. Ma la gallina non è mai stata richiesta né dai padroni né dalla cuoca Irene in perenne conflittualità con il maggiordomo. L'animale, entrato in casa, distrugge arredi e suppellettili, deposita dappertutto il suo sterco, cancellando ogni traccia di fasto e di decoro. Complice la gallina starnazzante, si mette in moto contro i De Giorgi un'infernale macchina del fango che procede fra delazioni, sentenze di magistrati compiacenti, denunce di medici in balia delle proprie nevrosi. Essa non si ferma nemmeno dinanzi alla morte, in un gioco al massacro testimoniato dalla truculenta scena di caccia dell'arazzo rimasto illeso sulle pareti del salone avito.
Al lettore è demandato il compito di trovare risposta ai tanti interrogativi rimasti aperti, a cominciare dall'identità della vecchia per finire all'inquietante personalità del maggiordomo, l'unico a ricavare vantaggio dalla tragica fine dei suoi padroni. E tuttavia il focus di tanto mistero è la gallina, simbolo di  un mondo impazzito, di  un "pianeta fuori dai gangheri", ove è imploso ogni tentativo di ragionevolezza, per cui alla fine "non si sa nemmeno se dietro la consegna della gallina vi fosse un piano".
Il romanzo di Ottaviani è un apologo surreale che racconta non solo il tracollo della civiltà, ma anche lo smacco metafisico per cui il male, esorcizzato invano attraverso metafore animali, rimane dentro di noi, nella nostra origine e nella stessa creazione. La gallina non è mai entrata dalla porta di casa, vive da sempre nella dimora umana, essendo la materializzazione di quel Nulla che siamo e da cui veniamo. ("Fu infatti assalita dall'oscura convinzione che quelle penne fossero sorte dalla polvere, e che tra di esse e l'appartamento regnasse un rapporto di filiazione").

mercoledì 18 gennaio 2012



Fabrizio Ottaviani

 La testata di Zidane, l'ordalia e l'onore perduto dell'Italia

Prefazione



Nato come instant book, e pubblicato solo adesso "in epoca non sospetta" grazie al servizio di auto edizione Amazon, La testata di Zidane e l'onore perduto dell'Italia è un dialogo ispirato al Sogno di d'Alambert, uno scritto del 1769 in cui il philosophe Denis Diderot metteva in bocca al suo sodale, addormentatosi per colpa di una specie di influenza in casa della sua amante e dunque pressoché semisvenuto per la febbre, tesi materialistiche molto scomode. Diderot passerà in seguito alcuni mesi nella torre-prigione di Vincennes per aver sostenuto, fra l'altro, che se Dio avesse voluto fabbricare un uomo alla maniera di Descartes, avrebbe fatto bene a mettergli l'anima sulla punta delle dita, perché è da lì - dai sensi, non dall'anima - che provengono tutte le conoscenze. Prima di andare avanti con questa prefazione, però, vorrei avvertire il lettore che non fosse interessato né alla celebre testata di Zidane, né all'onore della Patria, che questo scritto introduttivo si conclude con l'esposizione di una diagnosi, con l'individuazione di una tabe prettamente italiana, e che dunque forse vale la pena continuare a leggere, perché alla fine lo sforzo sarà premiato.
Sarà il caso, per cominciare, di dire che l'idea di scrivere un dialogo sul chiacchieratissimo coup de boule nasce all'incrocio fra due spinte: la lugubre fascinazione per il gesto di Zidane, e il fastidio per la mancata reazione degli italiani di fronte a tale gesto. Fascinazione, certo: perché anche se la testata di Zidane, a differenza, mettiamo, del "naufragio" di Nobile, e più recentemente della morte in un tunnel di Lady Diana (eventi mediatici che assumono le dimensioni del mito: cioè di eventi infinitamente interpretabili e contemporaneamente univoci, quasi paradigmatici) la testata di Zidane possiede la capacità di concentrare in un punto una quantità di problemi - nazionali, sociali, psicologici - e dunque, inevitabilmente, affascina. La successiva operazione "mafiosa" dei francesi, che furono bravissimi a trasformare il colpevole in vittima, mostrando un'abilità nel mistificare superiore a quella rivelata, negli anni precedenti, dalle vicende di molti politici italiani; la rivelazione" della micragnosità dei francesi mi sembrò talmente spaventosa che mi sarei aspettato da parte italiana una reazione lucida e spietata. Invece, come noto, non vi fu niente del genere. Solo una minutaglia di piccole frasi ironiche, comparse sui giornali o proferite dai giornalisti televisivi, frasi a volte controproducenti. Sembrava che la vittoria avesse reso inutile il giudizio; ma perché ciò fosse ammissibile era necessario che la vittoria fosse essa stessa un giudizio. Inevitabile fu, allora, pensare all'ordalia, dove la sconfitta è ipso facto una condanna e il trionfo rende inutile e sospetto indagare le ragioni della vittoria. Gli italiani, era evidente, non avevano nessuna voglia di difendere Materazzi. Ma al di fuori del sistema germanico dell'ordalia, il fatto di aver vinto li esimeva dal proteggere la vittoria da ogni attacco mediatico? Lo scandalo di una mancata elaborazione della felicità (perché  c'è un'elaborazione della felicità, così come ce n'è una del lutto) bastò a convincermi che fosse opportuno gettarsi nel terribile ginepraio del post-sbornia da titolo mondiale. Ma non volli farlo da solo: e poiché avevo la fortuna di annoverare, fra i miei amici più cari, persone che al gusto per la speculazione sociologica più sofisticata univano la passione per il calcio, non esitai ad invitarli, allettandoli con la prospettiva di una cena innaffiata da un rosso importante. Quanto alla padrona di casa, Silvia Di Vona, avrebbe partecipato alla cena e alla prima fase della discussione; poi, verso le dieci e mezza, sarebbe partita da Roma per un breve e opportuno viaggio di lavoro. I tre esperti di calcio erano Massimo Megale, Vincenzo Tersigni e Francesco Sganga: tutti juventini, sia questo detto per ulteriori speculazioni e dietrologie. Quattro nastri da novanta, di quelli usati per registrare le lezioni universitarie, non attendevano che di essere incisi.
La discussione fu lunga, complessa, profonda e ricca di colpi di scena. Ben presto ci accorgemmo che la testata di Zidane non riguardava che superficialmente una partita di pallone. In realtà, innervava la storia di due nazioni, la Francia e l'Europa, e gettava propaggini sui temi più vari, fra cui ovviamente il rapporto fra il Primo e il Secondo Mondo.
Quando, estenuati, ci demmo la buonanotte, saranno state le tre del mattino. Un paio di giorni dopo, mi trasferii nella villa di campagna dei miei (quella settimana in viaggio), dove Silvia mi raggiunse. Lì sbobinai i nastri e poi scrissi il dialogo. In fretta: bisognava battere il ferro finchè era caldo o, per essere meno metaforici, bisognava completare l'opera entro la fine di luglio, cioè prima che le redazioni delle case editrici chiudessero per le vacanze estive. Ci misi circa una settimana.
I tre francesi del dialogo, Jean, Marcel e Annette, vivono a Roma da molti anni e ormai sono mezzo romani, per cui si trovano nella posizione migliore per discutere del coup de boule. I tre non potevano che essere uno psichiatra, un filosofo e un giurista: mi sembrava che queste professioni inquadrassero un piano storico e sociologico meglio che se mi fossi servito direttamente di un sociologo. Ma voglio ricordare che Vincenzo Tersigni è laureato in sociologia (Sganga, invece, è un acuto critico letterario, mentre Massimo Megale è - e speriamo che la definizione gli piaccia - un umanista esperto di economia).
Visto che il lavoro svolto appariva buono, avrei potuto telefonare alle singole case editrici offrendo un testo che trattava di una questione della quale parlava tutta l'Europa; ma il tempo, come detto, era tiranno, sicché preferii inviare il dialoghetto ai più importanti agenti letterari, immaginando che mi avrebbero fatto guadagnare tempo. In effetti, mentre passeggiavo in bicicletta lungo la strada che va da Arpino a Fontana Liri, squillò il cellulare. Era Piergiorgio Nicolazzini, l'agente di Faletti e di altri importanti scrittori italiani. La testata di Zidane gli era piaciuta, avrebbe chiamato lui le case editrici per cercare con urgenza un esito pubblicatorio.
La ricerca, come potete immaginare, non ebbe successo. Un libro che si sarebbe venduto in migliaia di copie a scatola chiusa (nello stesso arco di tempo, in Francia, uscirono tre libri sul coup de boule, uno dei quali firmato nientemeno che da Philippe Toussaint, un autore bravissimo che meritava di vincere il Nobel al posto di Le Clézio) rimase inedito.
Intendiamoci, il dialogo non è perfetto. Rileggendolo a distanza di sei anni, sei anni durante i quali ho curato tanti romanzi come editor da aver sviluppato una sensibilità per la scrittura che prima certamente non avevo allo steso grado, riconosco che La testata di Zidane è, a tratti, farraginoso, e che le opinioni dei personaggi non sono facilmente individuabili, anche perché si vanno formando e deformando attraverso la discussione. Ma è un dialogo che funziona, e che nelle librerie sarebbe stato acquistato anche solo per il titolo che porta. Nicolazzini, vale a dire uno degli editor più stimati e importanti, al quale poi, su suggerimento di Vincent Raynaud e di Alberto Garlini, avrei affidato La gallina, cioè il mio primo romanzo, tentò senza successo di suggerirne la pubblicazione a più di una casa editrice, ottenendo immancabilmente una risposta negativa. E anche ammesso che in Italia gli agenti contino poco, e spesso nulla (negli USA non sarebbe mai potuto accadere che un'opera rappresentata da un agente importante non fosse pubblicata) bisogna riconoscere più semplicemente che era estate, e che le redazioni delle case editrici stavano chiudendo. Approfittare di una fase dell'anno abbandonata da tutti, cogliere l'occasione di un dialoghetto che si sarebbe potuto vendere in migliaia di copie perché ovunque si parlava solo della testata e nelle librerie non c'era niente che ne parlasse... Be', questo per i funzionari editoriali italiani era davvero chiedere troppo.
E' arrivato, finalmente, il momento di distillare la morale della storia. Ebbene, si ha, a volte, l'impressione che la buona letteratura sia difficile da promuovere per l'avidità degli editori, i quali preferiscono pubblicare opere dozzinali pur di fare cassa. E questo è vero, e in effetti accade in tutto il mondo. Ovunque si preferisce mettere in circolazione merce che permetta di far soldi, e in ciò non c'è proprio niente di male: ammesso, naturalmente, che tali guadagni non danneggino nessuno e che, nella peggiore delle ipotesi, lascino l'umanità nella condizione in cui l'hanno trovata, e non la rendano più stupida e più cattiva. Eppure, altrove, quando compare un'opera di valore che, in più, permette lauti arricchimenti, si festeggia. In Italia no. Per due ragioni: la mancanza di professionalità, e il timore che, se per una volta la moneta buona scaccia la cattiva, tale scandalo possa ripetersi. L'Italia, dunque, fa eccezione. Nel nostro Paese, il filisteismo è una pulsione più potente della rapacità. Imparate a memoria questa sentenza, assaporatela  e coglietene la terribile portata.

Fabrizio Ottaviani

Nota. La testata di Zidane, l'ordalia e l'onore perduto dell'Italia è reperibile in formato elettronico al seguente indirizzo al prezzo di 3,30 euro:

http://www.amazon.it/testata-lordalia-perduto-dellItalia-ebook/dp/B006NZE5MU

Può essere letto su kindle, o anche sul computer, scaricando l'apposito il programma. Ecco l'incipit:

Fabrizio Ottaviani
 

La testata di Zidane, l'ordalia e l'onore perduto dell'Italia
Parte prima
Un caso di sonnambulismo indotto
***


- Grazie per essere venuto così in fretta, Jean. È successo di nuovo. Dall’ultima crisi sono passati vent’anni. Avevo dimenticato persino cosa si dovesse fare in questi casi!
- Calmati, non c’è ragione di preoccuparsi. Adesso gli somministro un calmante. Vedrai che tornerà normale.
- È facile, per te, mantenere l’autocontrollo. Sapessi quando gli ho sollevato la benda dagli occhi, e mi sono accorta che erano sbarrati! Per un istante ho temuto persino...
- Su, su... è solo una crisi di sonnambulismo. Dov’è l’insigne giurista?
- Nel suo studio, ancora seduto alla scrivania.
- Sempre immobile?
- Catalettico! Però ogni tanto parla. Alterna discorsi interi, anche molto lunghi e cervellotici, a brevi frasi smozzicate e prive di senso.
- Già. Come accade nel quaranta virgola sette per cento dei casi, almeno secondo l’ultima edizione del manuale di psichiatria.
- Quando si mette la benda sugli occhi, comincia a parlare. E quando la toglie tace di colpo. Eccolo lì. Sembra una statua di sale. Non fa paura?
- A me no. Ci sono abituato. E questa bottiglia?
- Lasciamo perdere. Abbiamo avuto una discussione che nel giro di un’ora si è trasformata in un alterco. Quando ha visto che non avevo intenzione di dargli ragione mi ha mandata al diavolo e si è rinchiuso nel suo studio. Prima però ha preso una bottiglia di porto. Guarda, ne ha bevuto più della metà. Lui che non beve mai.
- Non è vero che non beve mai. Non fingere, Annette. Tuo marito non beve quasi mai. O meglio beve solo quando tu lo esasperi.
- Non vorremo metterci a litigare anche noi, spero. Poggia pure la borsa sulla scrivania. Ecco l’ovatta che mi hai chiesto.
- Grazie. Così, una bella iniezione. Dovrebbe fare effetto in pochi minuti. Forse è stato l’alcol a scatenare la crisi.
- Ma no, non credo.
- E perché?
- Perché sono convinta che è stata colpa mia. Non dovevo irritarlo con le mie teorie.
- Ma davvero? Hai delle teorie?
- Non fare lo spiritoso, non è il momento. Voi medici avete il vizio di trattare i filosofi come se fossero dei bambini.
- Non faccio lo spiritoso, credimi. È un dovere professionale stabilire ciò che potrebbe aver scatenato in tuo marito una crisi di sonnambulismo dopo vent’anni durante i quali sembrava essere guarito. Forza, sputa il rospo. Di cosa stavate discutendo?
- Della testata di Zidane.
- Come hai detto?
- Hai capito bene.
- Deve essere un’epidemia. Ieri, dopo la lezione all’università, sono passato in sala professori a salutare i colleghi. Non ci crederai: non si parlava d’altro. Sono scappato subito con una scusa, ma poi...
- Ma poi anche tu hai cominciato a lambiccarti.
- Proprio così. Anzi, se proprio vuoi sapere la verità, ti dirò che ho alcune idee a riguardo che forse meritano di essere ascoltate. Ma adesso pensiamo a Marcel. Allora, che cosa gli hai detto per spingerlo a ingurgitare mezzo litro di porto?

2011 by Fabrizio Ottaviani
Tutti i diritti riservati

venerdì 13 gennaio 2012

Radio attività

Lunedì 16, alle ore 17,30, Felice Cimatti (che oltre ad essere uno dei conduttori di Fahrenheit è anche filosofo del linguaggio e zoosemiologo) ha intervistato l'autore della Gallina. Su Radiorai  3. Ecco il link all'intervista:

http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/popupaudio.html?t=fahrenheit&p=fahrenheit&d=&u=http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/un_libro/archivio_2012/audio/libro2012_01_16.ram



giovedì 5 gennaio 2012

Intimamente eleganti



Da un ipotetico, ancora da scrivere, anti-bierciano Angel's Dictionary. CONSUMISMO: s.m. La nobile arte, padroneggiata dalle persone intimamente eleganti, di usare le cose che già si posseggono fino a consumarle.

mercoledì 4 gennaio 2012

Chissà forse vincente




L'unità, martedì 3 gennaio 2012.


Far fuori la gallina... La missione impossibile di Ottaviani.
di Angelo Guglielmi

Con La gallina, Ottaviani ingaggia una sfida disperata. Chissà, forse vincente. Introduce di soppiatto in un ménage apparentemente tranquillo (in un appartamento alto borghese, dove marito e moglie vivono con maggiordomo e cameriera) una battagliera gallina che si aggira impertinente per la casa, sporcando e distruggendo tutto ciò che sfiora.
Il maggiordomo, rispettoso e pavido, non trova la decisione (forse non ha il coraggio) di afferrare il volatile e tantomeno di ucciderlo, tanto che al ritorno della padrona, che ha molta considerazione di lui, giustifica la presenza della gallina difendendosi con una scusa qualunque, promettendo di risolvere al più presto l'inconveniente. Passano i giorni e la gallina continua a imperversare e fare danni per l'appartamento. Tra i danneggiamenti non c'è solo il prezioso vaso cinese che la gallina, nei suoi movimenti incontrollati, ha fatto cadere, o i tappeti e i divani che ha insozzato con i suoi escrementi, ma più ancora i rapporti tra la padrona e il padrone, già silenziosamente compromessi e ora scopertamente messi in mostra.
Tra il marito (che non sopporta il maggiordomo e gli preferisce la cameriera), la moglie (che odia la cameriera), il maggiordomo e la cameriera (nemici l'uno all'altro) esplode una rissa non solo psicologica che ha per oggetto l'urgenza di liberarsi della gallina; nonché l'ordine perentorio al maggiordomo, e in seconda istanza alla cameriera, di portare in porto l'impresa.
Ordine inutile, che continuando ad essere inevaso trasporta lo smarrimento e la tensione, intanto pericolosamente ingigantitesi, fuori, tra gli amici e colleghi di lavoro dei due coniugi, diventando un saporito pettegolezzo pubblico fino al punto di risolversi con la degradazione della moglie (che perde la responsabilità della società di cui è amministratore delegato) e il licenziamento del marito che, stupefatto per il provvedimento patito, attraversando la strada viene investito da una macchina e muore.
Dunque Ottaviani sceglie lo strumento del grottesco, rinforzato da punte di noir, per operare quella distruzione o meglio smontaggio della realtà che oggi (e non da oggi) non si riflette più nella sua apparenza. E' un'operazione cui ricorrono gli scrittori dai tempi di Mallarmé o forse di Baudelaire, che per primi hanno avvertito l'impossibilità di cogliere il reale attraverso la rappresentazione (come fino ad allora era accaduto) e la necessità di rompere gli schemi logici che tengono in prigione le cose, e di disarticolarle dissotterrandone il senso. Operazione inevitabilmente rischiosa, esposta a facili fallimenti e velleitarismi irrisolti, ma quasi obbligatoria per lo scrittore che voglia porre domande al mondo pur sapendo di non poterne ricevere risposte. Porre domande significa attivare un circuito vitale e fomentare energie che coinvolgono, insieme all'autore, il lettore.
Ottaviani affronta la salita dalla parte più ripida percorrendola come fosse una discesa, mettendo il lettore sempre in sospetto sulla riuscita finché, grazie all'aiuto di un linguaggio ficcante e scivoloso, sembra conquistare la vetta. Riuscirà a impiantarvi la bandiera?

mercoledì 28 dicembre 2011

Primo giorno di scuola


La maestra era vecchia ma entrò nell'aula a passo veloce e salì in cattedra. Poi sollevò un braccio e indicando la finestra disse "Buongiorno, bambini! Oggi splende il...?" Visto che con gli occhi invitava a completare la frase, tutti senza esitare esclamarono in coro "sole!". Tutti tranne me. L'altrui perspicacia mi annichilì: a me, quella mattina del 1974, sembrava che splendessero molte cose. I banchi, le penne nuove, le pareti dell'aula. Il rossetto un po' grumoso della maestra, gli occhi dei miei compagni. Oltre il vetro, poi, splendevano gli alberi, la ringhiera che abbracciava il cortile, il cielo luminoso... Come diavolo avevano fatto gli altri a capire in un istante cosa splendesse in primo luogo, cosa splendesse in una sua diversa, distaccata antonomasia?