Un assassino nato, che dopo aver plagiato una ventina di ragazzi e averli trasformati in un fanatico gruppo omicida ha ordinato una strage, Charlie Manson; un ebreo polacco sopravvissuto nel ghetto di Varsavia gestito dai nazisti diventato un grande regista, per decenni al centro del jet set prima di essere accusato di aver sedotto delle minorenni, Roman Polanski; e la band più influente di tutti i tempi, i Beatles. Sono loro i protagonisti de La fine del sogno (Arcana, 336 pagg., 19,50 euro), il volume nel quale Fabrizio Falconi, personalità poliedrica di giornalista, saggista e romanziere, racconta l’epilogo dell’Estate dell’amore e dell’Età dell’Acquario, in altre parole degli anni Sessanta. Stagione generosamente mitizzata, e non a caso: se è vero quel che diceva Sciascia, che in Occidente ogni cinquant’anni si diffonde la speranza (sempre mal riposta) che ci si possa salvare, e salvare tutti insieme, non c’è dubbio che quella sia stata l’ultima epoca di questo tipo con il suo carico di filantropia, libertà e anticonformismo.
Come si sia passati d’un tratto dalle comunità hippies a un riflusso di cui era evidente la radice moralistica e fobica è invece motivo di riflessioni ancora in corso. Falconi, lui, non ha dubbi: per sciogliere l’enigma basta prendere Manson, Polanski e i Beatles e lasciarli interagire, come carte dei tarocchi.
Pressoché tutte le figure centrali del volume subirono traumi spaventosi. Scampato al delirio dei nazisti, prima di trasferirsi in Francia Polanski dovette difendersi dalla furia di un pluriomicida poi arrestato, condannato e impiccato, che lo aveva attirato in una trappola per derubarlo. Le tragedie che colpirono i Beatles sono note: la madre di Lennon, abbandonata dal marito e poco incline a occuparsi del figlio, morì investita da un automobilista; quella di McCartney fu uccisa dal cancro al seno quando lui aveva quattordici anni, la stessa patologia di cui in seguito si ammalerà la moglie Linda. Episodi tragici che non cessarono di verificarsi dopo lo scioglimento del gruppo, con Lennon assassinato nel 1980 da un fan e Harrison aggredito nel 1999 da un folle che gli tempestò il corpo di quaranta coltellate, una delle quali bucò il polmone. Ma il ruolo del convitato di pietra, naturalmente, spetta a Charlie Manson, l’assassino più celebre d’America. A lungo rinchiuso in carceri che si limitarono a peggiorarne il carattere, quando tornò il libertà tentò invano la carriera da rock star grazie all’amicizia intrecciata con uno dei Beach Boys, Dennis Wilson, al quale spillò centomila dollari. E’ Manson il burattinaio gonfio di risentimento sociale e complottismo razzista che muove le marionette che la notte dell’8 agosto 1969 irruppero nella villa di Polanski a Los Angeles per uccidervi la moglie Sharon Tate incinta di otto mesi e altre quattro persone. Dopo un lunghissimo processo, tornerà in prigione e vi resterà fino alla morte; da poco lo stato della California aveva abolito la pena capitale.
Il lettore si chiederà a questo punto cosa c’entrino i Beatles, ma qui viene il bello. Manson era ossessionato dal White Album. Riteneva fra l’altro che Helter Skelter – il brano con cui McCartney dimostrò a Lennon che, se voleva, sapeva mettere da parte lo zucchero melodico e divertirsi con il peperoncino della sperimentazione – contenesse un messaggio cifrato. Fu per via di Helter Skelter che Manson fu arrestato: all’inizio, infatti, la polizia brancolava nel buio. Finché un agente non entrò quasi per caso nella baracca dove l’uomo viveva, scoprendo che le pareti erano ricoperte di citazioni prese dalla canzone dei Beatles, le stesse che i suoi adepti avevano scritto, ma con il sangue delle vittime, sulle pareti della villa di Polanski…
Per spiegare la fine del sogno degli anni Sessanta, Falconi avanza due ipotesi. La prima, sulla scorta di Jung e di Hillman, è un atto d’accusa nei confronti dell’individualismo. In effetti, i Beatles si sciolsero perché stufi di mettersi d’accordo; l’umanità, mite agnello bisognoso di una guida, seguì il loro esempio. L’altra ipotesi è particolarmente interessante e presenta analogie con la teoria del postmoderno secondo la quale, come si espresse profeticamente il poeta Paul Valéry, “il significato vero di un testo non esiste”. Manson, ma anche l’assassino di Lennon e il pugnalatore di Harrison, fraintesero il senso di canzoni innocue fino a trasformarle in incitazioni all’omicidio. Ricordate la scena finale de La lezione di Jonesco, quella in cui un personaggio afferma che la filologia conduce al delitto? Bene, nel postmoderno accade il contrario, è l’ignoranza della filologia, cioè la mancanza di interpretazioni fondate, ad avere un esito criminale. Meglio tenerne conto, ogni tanto; per evitare che qualcuno, dopo aver canticchiato Fin che la barca va, si senta in dovere di affondare un transatlantico.